Ondeggia, oceano: il mare nella letteratura di grandi scrittori
La recensione del saggio di Teodoro Lorenzo, Ondeggia, oceano. Scrittori stranieri di mare: dieci autori, dieci diverse interpretazioni dell’oceano come specchio dell’esistenza umana
di Tonia Ferraro
L’oceano attraversa la letteratura come una presenza mutevole e inafferrabile, assumendo forme e significati diversi a seconda dello sguardo di chi lo osserva. È da questa pluralità di interpretazioni che prende forma il saggio di Teodoro Lorenzo, Ondeggia, oceano. Scrittori stranieri di mare, Besa Muci Editore, titolo ispirato ai celebri versi di Lord Byron: «Ondeggia, Oceano, nella tua cupa e azzurra immensità».
Gli autori evocati da Lorenzo sono «stranieri» non soltanto perché appartengono a tradizioni letterarie diverse, ma anche perché il mare stesso è, in qualche misura, una realtà estranea all’uomo. Si mostra in superficie, seduce con la sua bellezza, ma conserva sempre una dimensione segreta e insondabile. Per conoscerlo occorre spingersi oltre ciò che appare, là dove convivono fascino e minaccia, meraviglia e mostruosità.
Il volume propone un viaggio attraverso dieci autori che, pur provenendo da epoche e culture differenti, hanno trovato nel mare uno specchio privilegiato per interrogare l’esistenza umana. Non dieci racconti sul mare, dunque, ma dieci modi diversi di guardarlo e, attraverso di esso, di comprendere l’uomo.
Nella premessa Lorenzo osserva come il mare sia assente dal Giardino dell’Eden. Nella narrazione biblica l’acqua che attraversa il Paradiso terrestre è quella dolce dei fiumi, simbolo di vita e fecondità. L’oceano, con la sua immensità salata, appartiene invece a un immaginario diverso: quello di una natura sconfinata, misteriosa e potenzialmente minacciosa, capace di attrarre e, al tempo stesso, di inghiottire. Una contrapposizione simbolica, naturalmente, più che teologica, poiché anche il mare appartiene alla creazione divina.
L’oceano non è dunque il vero filo conduttore del saggio. Lo è piuttosto ciò che esso riflette: paure, ossessioni, desiderio di conoscenza, ricerca della libertà, esperienza della solitudine. Può diventare persino amore, come nelle suggestioni poetiche di Paul Verlaine, o assumere i contorni dell’inquietudine e dell’assoluto, come nell’universo di Arthur Rimbaud.
Ciascuno degli scrittori analizzati trova nel mare una propria dimensione simbolica. Per Edgar Allan Poe è il regno dell’ignoto e della morte, il luogo in cui l’uomo si confronta con la propria fragilità. In Herman Melville diventa il teatro di un’ossessione assoluta: la caccia di Achab a Moby Dick si trasforma in una sfida metafisica contro l’incomprensibile.
Per Jules Verne l’oceano è anzitutto un territorio inesplorato, laboratorio di avventure, scoperte scientifiche e immaginazione. Nelle opere di Robert Louis Stevenson si fa invece spazio di libertà e formazione, scenario di esplorazioni e prove iniziatiche che accompagnano il passaggio all’età adulta.
Con Arthur Rimbaud il mare assume i tratti dell’infinito e dell’assoluto, metafora dell’evasione e dell’irrequietezza interiore. In Joseph Conrad, al contrario, è un ambiente concreto, fatto di lavoro, responsabilità, disciplina e gerarchie, nel quale si misura il valore morale degli uomini.
Per Jack London il mare è una sfida continua per la sopravvivenza, una forza naturale che mette alla prova il coraggio e la volontà umana. In Rudyard Kipling diventa invece un maestro severo, capace di insegnare solidarietà, rispetto delle regole e senso del dovere attraverso l’esperienza della navigazione.
Nelle pagine di Ernest Hemingway il mare rivela l’essenza più autentica dell’uomo, la sua dignità e la capacità di resistere anche di fronte alla sconfitta. Per Francisco Coloane, infine, il mare australe è una presenza quasi familiare: aspra e potente, ma profondamente amata, legata all’uomo da un rapporto viscerale.
Le definizioni che accompagnano i singoli autori costituiscono una delle chiavi di lettura del volume. Sono formule efficaci, capaci di orientare il lettore, ma inevitabilmente selettive: Melville non è soltanto l’autore del mare ossessivo, così come Conrad non si esaurisce nella dimensione professionale della navigazione. La complessità delle loro opere eccede qualsiasi etichetta.
È in questa tensione tra sintesi interpretativa e ricchezza letteraria che si colloca, a mio avviso, l’interesse del lavoro di Lorenzo.
Poe, Melville, Verne, Stevenson, Conrad, London, Kipling, Hemingway e Coloane – persino di Verlaine e di Rimbaud – sono accomunati da un’intuizione: il mare non è mai soltanto un paesaggio.
È una metafora inesauribile, un confine da attraversare e, soprattutto, uno specchio nel quale l’uomo continua a cercare sé stesso.
Forse è proprio questa la sua attrazione più profonda: il mare ci restituisce immagini diverse di noi, ma conserva sempre qualcosa che non possiamo conoscere né dominare.
Teodoro Lorenzo, nato a Torino nel 1962, ha iniziato il proprio percorso nel calcio, maturando la formazione sportiva nella Juventus e arrivando a giocare a livello professionistico.
Ha successivamente intrapreso la carriera forense.
Nel 2024 ha esordito in ambito letterario con Rimpalli (Voglino Editrice), un memoir nel quale ripercorre le esperienze e i ricordi legati al proprio passato calcistico.
Nel 2026 ha pubblicato Ondeggia, oceano. Scrittori stranieri di mare (Besa Muci), un saggio che intreccia biografia, storia e letteratura, esplorando le diverse interpretazioni del mare attraverso le opere e le vicende umane di dieci grandi scrittori.
