13.03.13 – I Custodi del Baricentro di Napoli
All’inizio sembra un romanzo sulla Napoli esoterica, ma poi man mano il baricentro della narrazione. Il manoscritto del libro continua a raccogliere riconoscimenti nei concorsi letterari ma non è mai stato pubblicato
di Alberto Ferri
Un romanzo inedito e una Napoli che non vuole farsi spiegare: ho letto 13.03.13 – I Custodi del Baricentro di Napoli di Mario Scippa.
Il manoscritto del libro continua a raccogliere riconoscimenti nei concorsi letterari pur non essendo ancora arrivato in libreria. La curiosità mi ha spinto a chiederlo all’autore. Pensavo di leggere un romanzo sulla Napoli esoterica. Dopo oltre cinquecento pagine, non sono più sicuro che sia questa la definizione giusta.
Ci sono libri che si incontrano in libreria. Altri arrivano per passaparola. Questo l’ho incontrato nelle classifiche dei premi per inediti.
Il titolo tornava.
13.03.13 – I Custodi del Baricentro di Napoli, Mario Scippa.
Premio Speciale della Giuria al Victoria 3.0 ed. 2025. 4° classificato al Premio IRIA 2026 nella narrativa inedita. Menzione di merito alla quarantunesima edizione del Premio L’Iride – Premio Letterario Città di Cava de’ Tirreni 2025 – e un altro 4° posto al Premio Internazionale Il Narratore 2025.
Tutto questo per un romanzo che, al momento, in libreria non c’è.
La cosa, ammetto, mi ha incuriosito.
Perché un libro non pubblicato continua a passare da una giuria all’altra lasciando qualche segno?
Ho chiesto all’autore di farmelo leggere.
Mi è arrivato un manoscritto imponente e già dalle prime pagine ho capito che non sarebbe stato particolarmente interessato a facilitarmi il lavoro.
Napoli, qui, non è accomodante. E neppure il romanzo.
Scippa mette in circolo il Cinquecento e il presente, frati e professori, sogni, manoscritti, geometrie, rivalità religiose, alchimia, tradizioni orientali, Virgilio mago, Gesuiti e Domenicani. Poi il Vesuvio, i Campi Flegrei, le chiese, i sotterranei.
Ogni volta che sembra di aver trovato il filo, ne compare un altro.
A un certo punto ho smesso di prendere appunti sulla trama. È stato probabilmente il momento in cui ho cominciato davvero a leggere il libro.
Perché I Custodi del Baricentro di Napoli possiede certamente una storia, anzi ne contiene parecchie, ma il disegno che lentamente emerge sotto di essa finisce per diventare più importante.
La parola decisiva è già nel titolo.
Baricentro.
Una parola quasi tecnica, poco letteraria. Il punto nel quale un sistema trova il proprio equilibrio.
Applicarla a Napoli è già una provocazione.
Chi conosce questa città sa quanto sia difficile immaginarla attraverso l’idea di equilibrio. Napoli vive di spinte opposte: devozione e irrisione, bellezza e incuria, disciplina e anarchia, immobilità e accelerazioni improvvise.
Scippa prende questa contraddizione e la trasforma in una geometria.
Uno dei momenti più riusciti del libro arriva quando il professor Panelli proietta una pianta della città e traccia connessioni fra Gesù Nuovo, San Domenico Maggiore e Cappella Pontano.
Un triangolo inscritto in un cerchio. Poi gli ottagoni, Santa Chiara, i decumani. La città conosciuta comincia a sovrapporsi a un’altra, invisibile.
Si può credere o meno a queste geometrie. Non è questo il punto.
Mentre si legge viene voglia di prendere una mappa. E questa è una qualità narrativa difficile da fingere.
Lo stesso accade con l’Uovo di Virgilio.
C’è Castel dell’Ovo e c’è naturalmente la leggenda dell’uovo dal quale dipenderebbe la sorte di Napoli. Sarebbe stato facile costruire il romanzo intorno a uno dei miti più conosciuti della città.
Scippa decide invece che quella leggenda è un depistaggio. Il vero Uovo sarebbe altrove. Nel cuore della città.
Il Drago guarda verso il Vesuvio. La Tigre verso i Campi Flegrei.
L’Oriente entra nella Napoli del Cinquecento attraverso il Monte Kunlun. Le geometrie pitagoriche incontrano l’alchimia, il cristianesimo culti più antichi, l’ordine religioso ciò che non riesce a controllare.
È molto materiale. A volte persino troppo.
Il romanzo è debordante, ostinato. Torna sui simboli, li riprende, li sovrappone. Eppure questa irregolarità finisce per assomigliare alla città che racconta.
Napoli stessa procede per accumulo. Una chiesa sopra un tempio. Una casa sopra una cisterna. Una strada sopra una città precedente. Riti pagani sopravvissuti dentro la devozione cristiana, morti che continuano a frequentare la vita dei vivi.
Perché un romanzo su Napoli dovrebbe necessariamente procedere in linea retta?
Scippa lo dichiara fin dalla premessa: le epoche si sovrappongono e la città diventa corpo, labirinto, voce, più che semplice ambientazione.
Fin qui potremmo parlare di un romanzo esoterico molto ambizioso.
Poi succede qualcosa.
Ed è lì, per me, che il libro cambia natura.
Verso la fine Mario Scippa entra nel proprio romanzo. Non metaforicamente. Interrompe la finzione e prende la parola.
Confesso che il gesto mi ha inizialmente insospettito. L’autore che compare nella propria storia rischia sempre di rompere qualcosa. Qui, invece, mette a fuoco ciò che veniva prima.
Scippa smette di parlare dell’Uovo, dei Custodi, delle confraternite e delle geometrie e parla della Napoli contemporanea. Della gentrificazione. Della città trasformata in immagine, dell’identità venduta attraverso souvenir, eventi, ristorazione, slogan.
Una Napoli che rischia di essere consumata proprio mentre tutti sembrano celebrarla.
A quel punto sono tornato mentalmente all’Uovo Bianco. E ho pensato che forse avevo letto male per molte pagine. Forse ciò che rischia di cadere non è un oggetto.
È una memoria. Un’identità. Quel qualcosa di difficilmente definibile che consente a una città di cambiare senza diventare la caricatura di sé stessa.
Anche la parola Custodi, allora, perde il sapore della confraternita segreta e diventa una domanda molto più concreta.
Chi custodisce una città?
Chi vi abita? Chi ne conserva la memoria? Chi continua a parlarne la lingua? Chi alza la serranda ogni mattina? Chi arriva da lontano e comincia ad abitarla? Chi la racconta?
E soprattutto: come la racconta?
Forse è questo il tema più interessante del romanzo.
E ci si arriva attraverso una strada imprevedibile: centinaia di pagine di simboli, frati, sogni, pergamene e passaggi sotterranei per approdare alla trasformazione contemporanea di Napoli.
Anche il finale prende un rischio.
Il professor Panelli, ormai Orbis, smette di guardare gli altri personaggi. Guarda il lettore. Letteralmente.
La quarta parete cade e il Baricentro non è più soltanto un luogo nascosto sotto Napoli. Comincia a riguardare chi attraversa Porta San Gennaro, la Sanità, i mercati, i chiostri. Perfino chi ogni mattina apre un negozio e deve fare i conti con l’affitto.
Ed è qui che il libro fa qualcosa che mi ha interessato più della soluzione del mistero.
Mette nella stessa città il rito e la bolletta. Virgilio mago e il motorino contromano. Le catacombe e i nuovi napoletani arrivati dall’Africa, dal mondo arabo, dalla Cina, con altre lingue e altre storie.
La Napoli metafisica torna con i piedi per terra.
Non tutto, in I Custodi del Baricentro di Napoli, è facile.
È un romanzo lungo, stratificato, talvolta eccede. Chiede disponibilità a seguire deviazioni e simboli che non vengono immediatamente ripagati. Non possiede il meccanismo rassicurante del thriller che distribuisce gli indizi e alla fine rimette ordinatamente ogni cosa al proprio posto.
Alcuni lettori probabilmente lo ameranno proprio per questo. Altri gli resisteranno.
Ma è difficile confonderlo con un libro scritto per sfruttare il momento di grande esposizione turistica e culturale di Napoli.
Semmai sembra scritto contro quella semplificazione.
Ed è curioso che un romanzo che parla continuamente di custodia sia ancora custodito in un file, fuori dalle librerie.
Le giurie che lo hanno incontrato prima dei lettori hanno cominciato a segnalarlo. È stato questo a farmelo aprire.
Dopo averlo chiuso, però, i premi mi interessano meno.
Mi rimane soprattutto una mappa di Napoli stesa su un tavolo, attraversata da linee che convergono in un punto fra Gesù Nuovo e San Domenico Maggiore. Un tratto della città nel quale, almeno nel romanzo, forze opposte riescono misteriosamente a non distruggersi.
Ci sono passato molte volte. Probabilmente ci passerò ancora. Non credo che cercherò davvero il Baricentro. Però, la prossima volta, sono abbastanza sicuro che guarderò per terra.
Ed è già qualcosa che un romanzo è riuscito a cambiare.
