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Diari di Frontiera – Un archivio contro l’oblio di Jessie White Mario di Ivan Pozzoni | 8

L’archivio dell’uragano: Jessie White Mario, la storia rimossa e la fortuna critica di un’intellettuale che voleva cambiare il mondo

di Ivan Pozzoni

L’archivio contro l’oblio: una donna inglese nella memoria incompleta del Risorgimento

La fortuna critica di Jessie White Mario presenta una singolare contraddizione: una protagonista diretta del Risorgimento, giornalista internazionale, infermiera di guerra, militante politica, biografa, osservatrice delle disuguaglianze meridionali e intellettuale europea è rimasta ai margini della memoria pubblica italiana. La bibliografia riepilogativa degli studi dedicati alla White Mario, dalla riscoperta biografica intensa degli anni Duemila sino al dibattito del 2026, consente di riconoscere un progressivo mutamento del suo status storico-letterario.

Jessie non appare più soltanto come una figura accessoria dell’epopea garibaldina o come la moglie di Alberto Mario: diventa un problema interpretativo autonomo, perché nella sua scrittura confluiscono testimonianza, intervento politico, reportage, biografia, denuncia sociale e costruzione transnazionale dell’opinione pubblica.

Il punto di partenza è la constatazione quasi brutale formulata dalla ricostruzione biografica: «Pochi in Italia conoscono Jessie White Mario, solo qualche specialista o cultore di storia». La frase possiede una precisa forza pragmatica. Non informa soltanto: compie un speech act di denuncia. L’enunciato mette in scena il contrasto tra l’importanza storica del referente e la sua insufficiente circolazione nella memoria collettiva. Poco dopo il giudizio viene ulteriormente condensato nella citazione attribuita a Carducci: «una grande donna a cui, lo scrivo senza enfasi, noi Italiani dobbiamo molto». L’espressione «senza enfasi» funziona come metapragmatic marker: dichiara di voler evitare la retorica e attribuisce al giudizio una particolare intensità.

La grandezza di Jessie White Mario emerge attraverso un paradosso comunicativo: la sua memoria è debole, mentre la sua azione storica è stata enorme. Il meccanismo testuale centrale della sua fortuna è quello della trasformazione della testimonianza in intervento. La scrittura non si limita a rappresentare il mondo: mira a modificarne le condizioni di interpretazione. In termini austiniani, molti suoi enunciati possiedono una dimensione illocutionary e perlocutionary: descrivono la miseria, la violenza istituzionale, l’esclusione delle donne, il malgoverno e, contemporaneamente, cercano di produrre indignazione, mobilitazione e giudizio. La sua intera biografia appare costruita intorno a una continuità pragmatica tra parola e actio. La White Mario cambia funzione sociale – scrittrice, militante, infermiera, corrispondente, insegnante- conservando un medesimo principio operativo: la conoscenza vale nella misura in cui diventa capacità di incidere sul reale. Questo nucleo attraversa anche le sue dichiarazioni. Quando le università inglesi le impedirono l’accesso agli studi medici a causa di ragioni di genere, scrisse: «Non andrò comunque in America […] per seguire quegli studi che l’Inghilterra mi rifiuta». Il rifiuto dell’istituzione viene convertito in una frase di autonomia. Più significativa è la prosecuzione del ragionamento: «se un gruppo di donne chiedesse oggi l’ammissione in uno o più ospedali […] sarebbe molto improbabile che la loro domanda venisse respinta». La singola esperienza viene trasformata in collective precedent: l’azione individuale acquista senso perché modifica il campo delle possibilità verso altre donne.

La bibliografia recente tende a riconoscere uno degli elementi moderni della sua figura: l’identità personale non è una sostanza psicologica chiusa, è una pratica pubblica. Le opere principali testimoniano questa continuità. In I garibaldini in Francia (Tipografia di Giovanni Polizzi e C., 1871) la guerra viene osservata dalla posizione della corrispondente; in Vita di Garibaldi (Edizioni Studio Tesi, 1986) la biografia diventa costruzione politica della memoria; in Della vita di Giuseppe Mazzini (Astra, 1986) il racconto biografico registra la trasmissione di un ideale repubblicano; in Agostino Bertani e i suoi tempi (Antilia, 2006) la figura individuale viene collocata dentro una rete di rapporti politici; in Le miniere di zolfo in Sicilia, I e II, «Nuova Antologia», 1894, l’osservazione sociale assume la forma della denuncia documentaria; in Le opere pie e l’infanticidio legale (Stabilimento tipo-litografico A. Minelli, 1897) l’attenzione si concentra sulla responsabilità delle istituzioni; in La miseria di Napoli (Imagaenaria, 2005) il testo si configura come dispositivo di visibilità di una realtà che l’Italia unita rischiava di non vedere. L’interesse della critica contemporanea deriva dalla natura ibrida di questa produzione. La White Mario occupa una zona liminale tra letteratura e documento. La critica letteraria analitica deve descrivere tale zona attraverso la relazione tra locution, illocution e perlocution: ciò che viene detto, l’azione compiuta dicendolo e l’effetto che il discorso tenta di produrre. Il valore dei suoi testi non dipende esclusivamente dalla loro elaborazione stilistica. Dipende dalla loro capacità di organizzare un campo di attenzione. Ogni descrizione seleziona un oggetto, stabilisce una gerarchia di rilevanza e propone al lettore un preciso relevance frame. In questo senso Jessie White Mario è una produttrice di salienza storica: rende percepibile ciò che la retorica nazionale tende a lasciare sullo sfondo. La sua stessa posizione di inglese naturalizzata italiana intensifica il procedimento. Si insiste sul suo «sguardo di inglese» e sui frequenti confronti tra Inghilterra e Italia. Questo sguardo esterno produce una forma di defamiliarization: ciò che in abitudine nazionale appare normale torna a essere discutibile. Corruzione, malgoverno, maschilismo, marginalità femminile, povertà e debolezza della stampa diventano oggetti visibili perché sottoposti a un confronto. La prospettiva transnazionale non coincide con l’estraneità. Jessie sceglie l’Italia come patria politica e acquisisce il diritto di giudicarla.

Dalla frase all’azione: pragmatics, cervello sociale e politica della visibilità

La fortuna bibliografica di Jessie White Mario tra il 2000 e il 2026 deve essere letta come il recupero di una figura capace di anticipare alcune questioni decisive della cultura contemporanea: la relazione tra informazione e potere, la costruzione sociale della visibilità, la funzione politica della testimonianza, la memoria delle donne e il carattere performativo della scrittura pubblica. Il ritorno di interesse segnato, fra gli altri, da Paolo Ciampi, Miss Uragano. La donna che fece l’Italia (Romano Editore, 2010), e Mario Prisco, Adorabile uragano. Dalle lotte risorgimentali alla ‘Miseria di Napoli (Stamperia del Valentino, 2011), conferma il progressivo spostamento del baricentro: dall’episodio biografico alla struttura intellettuale di una vita intera. L’immagine dell’«uragano» possiede una particolare efficacia perché traduce una dinamica cognitiva prima ancora che biografica. Il cervello tende a ricordare con maggiore forza le figure che infrangono uno schema previsto. La donna ottocentesca che dovrebbe occupare lo spazio domestico diventa corrispondente di guerra; l’intellettuale straniera diventa protagonista del Risorgimento; la biografa dei grandi uomini dirige lo sguardo verso le vittime anonime della povertà. Ogni passaggio produce una violazione delle aspettative e, secondo la logica della predictive processing, aumenta la rilevanza cognitiva dell’informazione.

La memoria di Jessie White Mario ha una struttura neuroestetica della sorpresa: la sua figura è memorabile perché costringe il lettore a correggere un modello. L’efficacia dei suoi testi dipende anche da una costante oscillazione tra individuo e collettività. «Ciò che davvero le importa è che le sue azioni servano a migliorare la società»: questa sintesi biografica individua il principio che organizza le diverse opere. Il singolo non è dissolto nella massa, e la massa non è una semplice somma di individui. L’azione diventa socially embedded action. La giornalista osserva una persona, un luogo, una miniera, un ospedale, una battaglia, e attraverso quella scena produce una domanda generale sulle istituzioni. Un raffronto contemporaneo deve essere costruito con Jürgen Habermas. In Strukturwandel der Öffentlichkeit (Suhrkamp, 1962, 54), Habermas individua nella sfera pubblica uno spazio in cui le questioni di interesse comune devono essere sottoposte a discussione critica. La formula «öffentliche Sphäre» non descrive soltanto un luogo: descrive una procedura di visibilità. Jessie White Mario opera precisamente in questo spazio, prima ancora che la teoria contemporanea ne sistematizzi i concetti. Le sue corrispondenze costruiscono pubblico perché trasformano esperienze locali in problemi discutibili oltre i confini geografici. Un secondo confronto riguarda Hannah Arendt, in cui l’azione possiede un carattere costitutivamente pubblico: «Action […] corresponds to the human condition of natality» (The Human Condition, University of Chicago Press, 1958, 9). L’azione inaugura qualcosa che prima non esisteva. Jessie White Mario incarna questa logica perché la sua scrittura non vuole soltanto conservare il passato. Produce iniziativa. Il suo ingresso nelle vicende italiane, la raccolta di fondi, la partecipazione come infermiera e la successiva attività giornalistica costituiscono differenti modalità di comparsa nello spazio comune. Il confronto con John Stuart Mill è diretto. Il documento collega esplicitamente la formazione della White Mario alla filosofia milliana e a un liberalismo democratico attento alle classi meno abbienti.

In On Liberty (John W. Parker and Son, 1859, 13), Mill formula il principio secondo cui «the only purpose for which power can be rightfully exercised over any member of a civilized community, against his will, is to prevent harm to others». La centralità dell’individuo non assume, nella White Mario, una forma individualistica. La libertà è condizione di responsabilità e di partecipazione. La sua opposizione all’esclusione femminile dagli studi medici deriva da questo stesso presupposto: nessuna comunità democratica deve proclamare l’autonomia e negare sistematicamente gli strumenti necessari per esercitarla. Un quarto confronto contemporaneo è quello con George Dawson, figura decisiva nella formazione della giovane Jessie. La sua idea di tradurre la conoscenza religiosa in intervento concreto costituisce una grammatica dell’engagement. Dawson riteneva necessario trasformare la conoscenza delle Scritture in un lavoro capace di migliorare «i rapporti tra la gente, la vita quotidiana delle persone e le istituzioni». La frase anticipa un modello dell’intellettuale come mediatore tra sapere e società. Sul piano filosofico-politico questa dinamica deve essere accostata alla nozione gramsciana di intellettuale, pur appartenendo Gramsci a una generazione successiva: «Tutti gli uomini sono intellettuali, si potrebbe dire, ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali» (Quaderni del carcere, Einaudi, 1975, III, 1516). Jessie White Mario occupa una funzione: organizza informazioni, collega esperienze e costruisce interpretazioni condivisibili. Il quinto raffronto riguarda Michel Foucault e la sua definizione dell’intellettuale non come coscienza universale astratta, ma come soggetto collocato in reti determinate di sapere e potere. «Il potere è dappertutto», afferma in Histoire de la sexualité I. La volonté de savoir (Gallimard, 1976, 122). La frase aiuta a comprendere il passaggio dalla celebrazione risorgimentale alla denuncia sociale postunitaria. L’Unità nazionale non conclude il lavoro della White Mario. Dopo il compimento dell’obiettivo politico, la sua attenzione si sposta sulle forme diffuse del potere: povertà, condizioni di lavoro, istituzioni assistenziali, disuguaglianza territoriale, esclusione delle donne. La sociologia e l’antropologia dell’arte permettono di aggiungere un ulteriore elemento. Il testo di Jessie White Mario non circola nel vuoto. Ogni opera è un oggetto situato in reti di editori, giornali, lettori, militanti, istituzioni e comunità politiche. Il suo rapporto con testate inglesi e americane dimostra che il Risorgimento fu anche un evento mediatico internazionale. La sua attività con il Daily News, con The Nation, con la Tribune e con lo Scotsman costruisce una rete nella quale l’Italia viene narrata fuori dall’Italia. La politica dell’arte e della scrittura coincide, allora, con una politica della circolazione: chi controlla la possibilità di raccontare determina, almeno in parte, ciò che può diventare storicamente visibile. Da questo punto di vista, la frase «Rivelava grandi capacità comunicative, dovute a un linguaggio chiaro e diretto» è particolarmente importante. La chiarezza non è una semplice qualità stilistica. È una strategia di accesso. La sintassi determina il pubblico possibile. Un linguaggio deliberatamente intelligibile amplia la audience design, riduce la distanza tra informazione e destinatario e facilita la trasformazione della conoscenza in comportamento. La sua scrittura produce un rapporto tra estetica e politica nel quale la forma non viene separata dall’effetto.

La fortuna di Jessie White Mario: perché il passato ha ancora bisogno della sua voce

La bibliografia degli studi recenti su Jessie White Mario restituisce una figura difficile da ridurre a una sola definizione. Rivoluzionaria, giornalista, biografa, infermiera, scrittrice, insegnante, militante e osservatrice sociale: ogni categoria coglie un segmento della sua vita. Nessuna categoria la esaurisce. Il punto decisivo della sua fortuna contemporanea risiede in questa pluralità, perché il presente tende a interrogare il passato attraverso figure capaci di attraversare molteplici campi contemporaneamente. Le sette opere ricordate nel suo percorso – I garibaldini in Francia, Vita di Garibaldi, Della vita di Giuseppe Mazzini, Agostino Bertani e i suoi tempi, Le miniere di zolfo in Sicilia, Le opere pie e l’infanticidio legale e La miseria di Napoli compongono un itinerario coerente. La guerra, la biografia, la nazione, il lavoro, l’infanzia, la povertà e le istituzioni non costituiscono capitoli separati. Sono differenti luoghi nei quali una medesima domanda ritorna: che cosa deve fare chi conosce una sofferenza? La risposta della White Mario è concreta. Bisogna descriverla, renderla pubblica, comprenderne le cause e cercare di modificarla.

Qui risiede la sua sorprendente attualità. La sua scrittura possiede una logica pragmatica: le parole sono importanti per ciò che fanno nel mondo. Una biografia può costruire memoria; un reportage può produrre indignazione; una denuncia può costringere le istituzioni a diventare oggetto di discussione; una frase può aprire uno spazio che prima era negato alle donne. La sua fortuna critica, dunque, non dipende soltanto dalla necessità di riparare una dimenticanza.

Dipende dalla forza di un modello intellettuale. Jessie White Mario insegna che la cultura non è un luogo separato dalla vita sociale. L’intelligenza diventa significativa quando riesce a guardare ciò che gli altri non vedono o preferiscono non vedere. Per questo la sua vicenda continua a parlare al presente: non perché appartenga a un passato da celebrare, ma perché ci consegna una domanda ancora aperta. Che cosa facciamo della conoscenza quando la conoscenza ci obbliga ad agire? La risposta semplice è anche quella più fedele alla sua vita. Scrivere non basta se la scrittura non cambia almeno il modo in cui guardiamo il mondo. Agire senza capire diventa cieco. Jessie White Mario ha tentato di tenere insieme le due cose: pensare e intervenire. È probabilmente questa la ragione più profonda per cui la sua figura, dopo decenni di marginalità, continua a riemergere. La storia aveva quasi trasformato Jessie White Mario in un nome di strada, in una targa, in una nota per specialisti. La sua opera sta tornando a dimostrare che dietro quel nome esisteva una delle più potenti macchine intellettuali dell’Ottocento europeo: una donna che attraversò la storia e pretese, con le parole e con gli atti, di non esserne una semplice spettatrice.

 

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Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi IntroversiMostriGalata morenteCarmina non dant damenScarti di magazzinoQui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue.

Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

 

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