‘A parlèsia
Da codice segreto a patrimonio condiviso, la parlèsia continua così a custodire una memoria viva di Napoli: quella dei suoi mestieri, delle sue strade, dei suoi linguaggi e della sua inesauribile capacità di trasformare persino le parole più nascoste in spettacolo, musica e identità
di Tonia Ferraro
Immagine orizzontale. Stile fumettistico‑illustrativo, colori vividi, atmosfera caotica ma leggibile, pensata per animazione fluida. Piccoli elementi astratti che evocano la napolitudine: onde marine stilizzate, mezzalune colorate, micro‑icone musicali (mandolino, chitarra, violino) disegnate come simboli semplici, animabili con pulsazioni o oscillazioni. Atmosfera ironica, teatrale, partenopea: ritmo visivo, colori intensi, movimento continuo. Palette mediterranea: blu notte, giallo limone, rosso pompeiano, verde salmastro. Composizione pulita, senza dettagli complessi, ideale per animazione fluida. Nessun testo, nessun logo per questo articolo:
Nel film No, grazie, il caffè mi rende nervoso, la parlèsia irrompe in scena: un gergo criptico, deformato, quasi indecifrabile, che Massimo Troisi e Lello Arena trasformano in uno dei momenti più esilaranti del cinema napoletano. La celebre sequenza dello “scartiloffista o scatuozzo” è un piccolo capolavoro linguistico: un interrogatorio grottesco in cui violenza e assurdo si mescolano, e un codice nato negli ambienti della malavita diventa improvvisamente materia comica.
La parlèsia, però, non è semplicemente napoletano. È un linguaggio nel linguaggio, costruito attraverso sostituzioni, deformazioni e parole convenzionali il cui significato è comprensibile soltanto all’interno di una comunità. A dare senso ai termini sono il contesto e la conoscenza condivisa tra chi li utilizza. Ecco perché parole come ferlocch, marrocco, rambose, canarini non possono essere tradotte letteralmente: non sono soltanto vocaboli, ma segnali. La domanda «Scartiloffista o scatuozzo?» non chiede davvero “chi sei?”, ma “sei dei nostri o no?”. È una parola d’ordine, una prova di appartenenza. E se sbagli la risposta, ci sono conseguenze.
La comicità della scena nasce proprio da questo cortocircuito: un gergo concepito per escludere gli estranei diventa perfettamente comprensibile allo spettatore grazie al tono, ai gesti e alla situazione narrativa.
Ma la parlèsia non appartiene soltanto alla malavita. Prima ancora che il Neapolitan Power rivoluzionasse la musica napoletana, in città esisteva già una comunità con un proprio linguaggio: quella dei posteggiatori. Musicisti ambulanti che si spostavano da una pusteggia all’altra, suonando nelle trattorie, nei caffè e nei vicoli, avevano sviluppato un gergo professionale tramandato soprattutto oralmente. Serviva a parlare di denaro, clienti, strumenti e colleghi senza farsi capire dal pubblico. Il denaro, per esempio, poteva essere chiamato bane o banèsia, mentre il portafoglio diventava lasagne: un vocabolario concreto. Dietro quelle parole c’era un mestiere, ma soprattutto una comunità con regole, abitudini e complicità proprie.
Quando, nel corso del Novecento, la musica napoletana comincia a contaminarsi con jazz, blues, rock e funk, quel patrimonio non scompare: cambia forma e trova nuovi interpreti. Pino Daniele lo porta nelle sue canzoni, mescolandolo al napoletano metropolitano e all’inglese. In Tarumbò compaiono parole come jammone e bacone, frammenti di un mondo antico che riaffiorano dentro una musica moderna. Anche il nome Bagaria, scelto da Pino Daniele per la sua attività discografica, è un omaggio diretto a questo universo: nella parlèsia significa infatti “sciocchezza, confusione”.
Enzo Avitabile compie un ulteriore passo. Nel brano Bàgano la parlèsia diventa ritmo, suono, materia musicale. Le parole si accumulano, si ripetono, si deformano e finiscono per trasformarsi in pulsazione. Non sono più soltanto un modo per comunicare: diventano musica.
È così che la parlèsia compie il suo viaggio: dalla strada al palcoscenico, dalla trattoria allo studio di registrazione, dal linguaggio riservato a pochi a una forma di espressione condivisa. Quello che era nato per non essere capito dagli estranei diventa, paradossalmente, un frammento riconoscibile della cultura napoletana.
E non esiste una sola parlèsia. Nel tempo ne sono nate altre, legate ad ambienti e mestieri differenti: quella dei mercati e dei venditori ambulanti, dei teatranti, delle bische, del carcere e della prostituzione. Ognuna conserva tracce del mondo in cui è nata e delle persone che l’hanno utilizzata.
Forse il suo fascino sta proprio in questa contraddizione: una forma di comunicazione nata per parlare senza essere capiti finisce per raccontare, con ironia e spesso con grande creatività, la società che l’ha inventata.
Parlèsia nel film No, grazie, il caffè mi rende nervoso e significato
