I Florio, mito industriale italiano
La storia dei Florio, dalla bottega di Melicuccà alla grande industria siciliana: tonnare, navigazione, Marsala, Belle Époque e l’eredità morale che ancora oggi ne perpetua il nome
di Tonia Ferraro
La storia dei Florio non comincia tra i palazzi della Palermo della Belle Époque, né sulle tonnare di Favignana o a bordo dei grandi piroscafi che solcavano il Mediterraneo. Le sue radici affondano molto più lontano, in Calabria, tra Melicuccà e Bagnara Calabra, da dove una famiglia di artigiani avrebbe intrapreso un lungo viaggio verso la ricchezza, l’impresa e infine il mito.
All’origine della genealogia familiare compare Tommaso Florio, vissuto a Melicuccà tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento e ricordato come artigiano, probabilmente fabbro e maniscalco. Fu suo figlio Domenico Florio, nato intorno al 1684, a lasciare Melicuccà nel 1715 per trasferirsi nella vicina Bagnara Calabra. Anche Domenico continuò il mestiere paterno, ponendo le basi di una famiglia destinata, nelle generazioni successive, a percorrere strade molto diverse.
La permanenza a Bagnara rappresentò una prima tappa fondamentale. Qui i Florio consolidarono la propria posizione economica e, generazione dopo generazione, alcuni membri della famiglia affiancarono alle attività artigianali il commercio e la gestione di terreni e beni agricoli.
Fu però il terremoto del 1783, che devastò gran parte della Calabria meridionale, a imprimere una svolta decisiva alla vicenda familiare. Paolo e Ignazio Florio, appartenenti al ramo ormai radicato a Bagnara, decisero di cercare nuove opportunità in Sicilia.
La partenza per Palermo non segnò, tuttavia, la scomparsa dei Florio dalle terre d’origine. Altri rami continuarono a vivere in Calabria e nell’area dello Stretto.
Tra tra il ramo della famiglia rimasta in Calabria vanno ricordati Tommaso Florio e suo figlio Giovanni, che conservarono nel tempo rapporti con i parenti del ramo palermitano, mantenendo vivo il ricordo di una comune discendenza.
Questo ramo in seguito operò a Messina, intraprendendo attività autonome legate al trasporto postale e passeggeri attraverso lo Stretto.
Non si trattava della prosecuzione dell’impero economico costruito a Palermo, ma di percorsi indipendenti nati all’interno di una famiglia più ampia, che dalla Calabria si era ramificata in diverse direzioni.
La testimonianza del signor Agostino Florio si inserisce proprio in questa memoria familiare e restituisce un volto meno noto della storia dei Florio: quello dei rami rimasti in Calabria o trasferitisi nell’area dello Stretto, parallelamente alla grande avventura imprenditoriale palermitana.

Nel 1799, Paolo Florio raggiunse Palermo insieme alla moglie Giuseppa Saffiotti, al figlio Vincenzo, nato nello stesso anno a Bagnara Calabra, e ad altri familiari. A Palermo i Florio rilevarono una drogheria in via dei Materassai, specializzata nel commercio di spezie, prodotti coloniali e droghe medicinali. Era una piccola attività, ma sarebbe diventata il primo nucleo della futura fortuna.
Paolo morì nel 1807. La vedova Giuseppa e il cognato Ignazio Florio, fratello di Paolo, contribuirono a mantenere in vita l’impresa e a svilupparla. In quel piccolo mondo di bottega, commercio e traffici marittimi si formarono le basi della Casa Florio.
È qui che emerge Vincenzo Florio, figlio di Paolo e Giuseppa Saffiotti. Nato nel 1799 a Bagnara Calabra e trasferitosi ancora bambino a Palermo, seppe trasformare l’attività commerciale di famiglia in un’impresa di dimensioni completamente nuove.
Curioso e attento alle innovazioni, Vincenzo si interessò al commercio di droghe, spezie, prodotti coloniali e della corteccia di china, utilizzata come febbrifugo. Comprese quanto fosse importante inserirsi nei circuiti commerciali internazionali e guardare oltre i confini della Sicilia.

Investì non solo nel commercio, ma anche nella produzione industriale, nello zolfo, nel vino, nelle tonnare e nelle assicurazioni. Ma fu soprattutto il mare a offrirgli la possibilità di costruire un vero sistema economico.
I Florio non volevano limitarsi a produrre e vendere: puntavano a controllare, per quanto possibile, collegamenti, rotte e mercati.
Nel settore vinicolo Vincenzo intuì le enormi potenzialità del Marsala. Nel 1832 avviò a Marsala uno stabilimento destinato a portare il nome Florio a competere con le grandi aziende inglesi già presenti sul mercato.
Il vino divenne uno dei pilastri della fortuna familiare. La produzione si sviluppò rapidamente e il marchio Florio sarebbe rimasto indissolubilmente legato alla storia del Marsala e dell’enologia siciliana.
Ma la vera svolta arrivò con la navigazione.
Vincenzo investì nei piroscafi e nei collegamenti marittimi, partecipando allo sviluppo dei servizi di trasporto di passeggeri, merci e posta. La navigazione permetteva di collegare la Sicilia con Napoli e con gli altri principali porti del Mediterraneo, trasformando progressivamente l’attività familiare in un sistema economico integrato.
Era un modo nuovo di concepire l’impresa: commercio, industria e trasporti diventavano parti di un’unica strategia.
Anche la pesca del tonno entrò nell’orbita delle attività della famiglia. Con l’acquisizione e lo sviluppo delle tonnare, i Florio trasformarono un’antica lavorazione in un’industria moderna, introducendo innovazioni nella conservazione e nella lavorazione del prodotto.
Il centro di questa attività sarebbe diventato soprattutto Favignana, dove i Florio avrebbero costruito uno dei più importanti complessi industriali della Sicilia.
Quando Vincenzo Florio morì nel 1868, lasciò un patrimonio enorme e un sistema imprenditoriale ormai articolato in numerosi settori.

A raccoglierne l’eredità fu il figlio Ignazio Florio senior, nato nel 1838, sposò Givanna d’Ondes Trigona. Ignazio dovette affrontare anche la divisione dell’eredità con le sorelle Angelina e Giuseppa, ma riuscì a consolidare il patrimonio e a portare l’impresa familiare verso una nuova fase di espansione.
Nel 1876 acquistò le tonnare di Favignana e dell’arcipelago delle Egadi, dando ulteriore impulso alla lavorazione industriale del tonno. L’isola sarebbe diventata uno dei luoghi simbolo della potenza economica dei Florio.
Nel 1881 arrivò uno dei passaggi decisivi per la navigazione italiana: la fusione della compagnia Florio con la Rubattino di Genova portò alla nascita della Navigazione Generale Italiana, destinata a diventare una delle più importanti compagnie di navigazione del Paese.
I Florio erano ormai molto più di una famiglia di imprenditori siciliani. Erano diventati una potenza economica e il loro nome era entrato nella storia d’Italia.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Palermo visse il suo momento più brillante. Al centro di quella stagione ci furono Ignazio Florio junior, figlio di Ignazio senior, e sua moglie Franca Jacona della Motta, destinata a diventare celebre come Donna Franca Florio.
È importante distinguere i due Ignazio: il padre, Ignazio senior, era stato il grande imprenditore che aveva raccolto l’eredità di Vincenzo; il figlio, Ignazio junior, apparteneva invece alla generazione della Belle Époque e avrebbe incarnato soprattutto lo splendore mondano della famiglia.
Elegante, colta e amatissima dalla società aristocratica e internazionale, Donna Franca divenne una delle figure simbolo della Belle Époque siciliana.

I Florio frequentavano aristocratici, artisti, uomini politici e personalità internazionali. I loro palazzi erano teatro di ricevimenti, feste e incontri. Palermo diventava una vetrina internazionale e la famiglia sembrava possedere risorse inesauribili.
Ma proprio mentre la città celebrava i suoi fasti, il grande sistema costruito dai Florio cominciava a mostrare le prime fragilità.
Le imprese erano diventate enormi, i costi di gestione sempre più elevati e il panorama economico internazionale stava cambiando. La concorrenza, le difficoltà finanziarie e la trasformazione dei mercati resero progressivamente più difficile sostenere un patrimonio costruito su una scala ormai gigantesca.
Ignazio junior fu costretto a ridimensionare progressivamente le proprie attività e a vendere parte delle proprietà.
Nel frattempo, un altro Florio guardava al futuro.
Era Vincenzo Florio junior, fratello di Ignazio junior e nipote del Vincenzo che aveva costruito la fortuna ottocentesca.
Nel 1906, Vincenzo Florio junior diede vita alla Targa Florio, destinata a diventare una delle più celebri competizioni automobilistiche del mondo e uno dei simboli più duraturi del nome Florio.
Le automobili che correvano sulle strade delle Madonie rappresentavano perfettamente lo spirito che aveva accompagnato l’ascesa della famiglia: velocità, innovazione, rischio e capacità di guardare avanti.
Ma neppure la Targa riuscì a fermare il declino.
Le proprietà furono vendute, le attività ridimensionate e il patrimonio lentamente disperso. I gioielli di Donna Franca furono messi all’asta. Quell’immagine divenne il simbolo più eloquente della fine di un’epoca: lo splendore dei Florio apparteneva ormai al passato.
La caduta non fu però soltanto il risultato di uno stile di vita sfarzoso. Le cause furono molteplici: le trasformazioni dell’economia italiana e internazionale, le difficoltà strutturali del Mezzogiorno, la crescente concorrenza, investimenti non sempre fortunati e l’enorme costo necessario per mantenere in vita un sistema imprenditoriale diventato troppo vasto e complesso.
A ciò si aggiunsero spese personali e una gestione patrimoniale che, negli ultimi anni, non riuscì più a sostenere la dimensione raggiunta dall’impero.
La fine dei Florio di Sicilia non fu dunque una scomparsa improvvisa, ma il lento dissolversi di un sistema economico costruito in poche generazioni.
Eppure il filo della memoria non si spezzò.
Gli ultimi capitoli della grande stagione palermitana videro protagoniste le figlie sopravvissute Igiea Costanza e Giulia Florio, le due figlie di Ignazio junior e Donna Franca che raggiunsero l’età adulta.
Igiea Costanza, sposata con il duca Averardo Salviati, stabilendosi in Toscana, attraverso di lei la discendenza dei Florio proseguì lungo la linea femminile.
Giulia, ultima nata nel 1909, rimase invece più direttamente legata alla memoria della famiglia d’origine. Nel 1930 sposò il marchese Achille Belloso Afan de Rivera Costaguti e si trasferì a Roma, dove ebbe cinque figli: Ascanio, Clotilde, Nicola, Ignazio e Costanza.
Igiea Costanza morì nel 1974. La memoria dei Florio continuò comunque attraverso entrambe le sorelle: Igiea attraverso la discendenza dei Salviati, Giulia attraverso i suoi figli, tra i quali Costanza Afan de Rivera Costaguti, autrice del libro L’ultima leonessa. La vita di Giulia Florio, mia madre.
Non si può dunque parlare di una vera “fine dei Florio” con la morte delle due sorelle. Ciò che si era dissolto era soprattutto l’impero economico, mentre la famiglia continuava attraverso le linee femminili e i diversi rami della discendenza.
Oggi il nome Florio è ancora vivo.
È nel Marsala, uno dei simboli dell’enologia siciliana.
È nella Targa Florio, entrata nella leggenda dell’automobilismo.
È nelle tonnare di Favignana, nei palazzi, nelle fotografie, negli archivi e nei racconti di una Palermo che per alcuni decenni sembrò diventare una capitale europea.
È nella memoria dei discendenti e nei diversi rami di una famiglia che, partita dalla Calabria, si diffuse nel Mezzogiorno seguendo percorsi differenti.
La loro parabola è qualcosa di più della storia di una famiglia ricca.
È la storia di una trasformazione: da una Calabria di artigiani e piccoli commercianti a un impero capace di attraversare mari, mercati e settori industriali.
È la storia di uomini capaci di intuire le opportunità del proprio tempo: dal commercio delle spezie e della china al Marsala, dalle tonnare alla navigazione, fino all’automobilismo.
Ma è anche la storia della fragilità della ricchezza quando la dimensione dell’impresa, del patrimonio e dello stile di vita diventa troppo grande da sostenere.
Dalla bottega di un fabbro di Melicuccà alle grandi imprese di Palermo.
Il rumore del ferro battuto non si sentiva più da tempo, quando il nome Florio era ormai diventato un mito. Ma è proprio lì, in quella piccola bottega calabrese, che la storia aveva avuto inizio.
