Castello di Lauro, la rinascita dal fuoco
Il Comune di Lauro conserva nel Castello Lancellotti la memoria dell’incendio del 1799 e della straordinaria ricostruzione ottocentesca
Il Castello Lancellotti di Lauro non è soltanto uno degli edifici storici più importanti dell’Irpinia. La sua storia racconta, attraverso una distruzione e una ricostruzione, il passaggio da un mondo all’altro. Prima il castello feudale, legato alla difesa e all’esercizio del potere; poi il maniero ottocentesco, nato dalla volontà di conservare la memoria trasformandola in architettura.
Lauro occupa una posizione strategica nella bassa Irpinia e il suo castello, la cui origine viene fatta risalire al X secolo, fu per lungo tempo il centro del potere feudale sul territorio. Nel corso dei secoli passò attraverso diverse famiglie nobiliari, fino ad arrivare ai Lancellotti nel 1632. Da allora il castello divenne stabilmente legato alla storia della casata, assumendone il nome.
I Lancellotti erano una famiglia di antica nobiltà napoletana, entrata nel patriziato romano e successivamente annoverata tra le famiglie della cosiddetta nobiltà nera. La loro presenza a Roma era già consolidata dal Rinascimento e raggiunse una delle sue espressioni più significative nel Palazzo Lancellotti ai Coronari, la cui costruzione fu avviata alla fine del Cinquecento e completata nei primi anni del Seicento.
Il castello di Lauro apparteneva però a un’altra dimensione della loro storia: quella feudale e territoriale. Prima della fine del Settecento doveva apparire come un autentico maniero meridionale, costruito per difendere e dominare. Torri, mura robuste, cortili e ambienti severi ne sottolineavano la funzione originaria. Era un’architettura nella quale il potere non aveva bisogno di essere spiegato: era inscritto nella pietra.
Poi arrivò il 1799.
L’anno della Repubblica Napoletana fu segnato in Campania da una profonda frattura politica e militare. Le truppe francesi giunsero anche a Lauro e il castello, associato al vecchio sistema feudale, venne dato alle fiamme. Le fonti locali collocano l’incendio al 30 aprile 1799. Il danno fu enorme e irreversibile: quello che per secoli era stato il fulcro del borgo rimase un rudere annerito, segnato dal fuoco e dalla distruzione.
Per Lauro non scomparve soltanto un edificio. Scomparve, almeno temporaneamente, il luogo nel quale si era concentrata una parte essenziale della memoria del paese. Le mura superstiti conservarono così il segno concreto di una stagione finita.
Passarono circa settant’anni.
A Filippo Massimo Lancellotti spettò la decisione di ricostruire il castello. Non si trattò, però, di una semplice restituzione dell’edificio perduto. La nuova costruzione venne concepita secondo un gusto ottocentesco che guardava al passato senza volerlo riprodurre fedelmente. Il nuovo castello riunì elementi gotici, rinascimentali, barocchi e neoclassici, trasformando la memoria architettonica del luogo in una composizione nuova.
La scelta è significativa. Il castello che oggi vediamo non pretende di essere quello precedente al 1799. È piuttosto una sua interpretazione.
Le torri, le merlature guelfe, il portale rinascimentale a bugnato e le possenti mura conservano l’immagine del maniero; ma all’interno la funzione dell’edificio è ormai diversa. Gli ambienti di rappresentanza, la Sala da Pranzo con il soffitto a cassettoni, la Sala d’Armi, il Salone Rosso, la Sala del Biliardo, la Sala dell’Arazzo e la Biblioteca, con oltre mille volumi tra cui cinquecentine e seicentine, raccontano un castello diventato anche luogo di cultura, collezionismo e vita sociale.
La ricostruzione fu completata con l’inaugurazione del 25 agosto 1872, durante le celebrazioni per i santi patroni di Lauro.

Da quel momento il significato del castello cambiò. Quello precedente al 1799 rappresentava soprattutto la continuità del potere feudale; quello ricostruito rappresentava la capacità di una comunità e di una famiglia di trasformare una perdita in una nuova forma di presenza.
È forse questo il tratto più interessante della storia del Castello Lancellotti: il fuoco non è stato cancellato dalla ricostruzione. È rimasto nella memoria del luogo, diventando parte della sua identità.
Anche per questo la rievocazione dell’Incendio del Castello ha assunto nel tempo un significato che va oltre lo spettacolo. Le celebrazioni riportano simbolicamente Lauro al momento della distruzione, ma lo fanno davanti al castello rinato. Il passato viene dunque rappresentato non come una semplice tragedia, ma come il punto di partenza di una ricostruzione.
La manifestazione storica Lumina in Castro, organizzata con la collaborazione dell’Associazione Pro Lauro, si inserisce proprio in questa relazione tra memoria, patrimonio e comunità. Il castello torna a essere il centro del racconto collettivo del paese, non più come fortezza da difendere, ma come luogo nel quale la storia viene condivisa.
E la storia dei Lancellotti non si esaurisce a Lauro.
A Portici, lungo il corso Garibaldi, la famiglia fece costruire nel 1776 una delle ville del cosiddetto Miglio d’Oro: Villa Lauro Lancellotti. La costruzione fu commissionata dal principe Scipione Lancellotti e il progetto è attribuito a Pompeo Schiantarelli, architetto di formazione romana e di cultura fughiana. Treccani considera proprio la villa di Scipione Lancellotti, datata intorno al 1776, una delle prime opere napoletane certe dello Schiantarelli.
La villa rappresentava un’altra immagine della stessa aristocrazia. Non più il castello fortificato della collina irpina, ma la residenza di delizia della nobiltà settecentesca vesuviana, immersa in un paesaggio che allora era costellato di ville aristocratiche.
La sua storia recente è stata però molto più difficile. Dopo l’abbandono da parte dell’ultima residente, Natalia Massimo Lancellotti, l’edificio è andato incontro a un lungo periodo di degrado. Il 17 marzo 2011 una parte della facciata e delle volte decorate è crollata. La villa, un tempo tra le testimonianze più significative dell’architettura settecentesca di Portici, è diventata così un altro esempio della fragilità del patrimonio storico quando viene meno la manutenzione.
Il destino delle due architetture non potrebbe essere più diverso. A Lauro, dopo la distruzione, il castello è stato ricostruito ed è oggi nuovamente vissuto come luogo storico e culturale. A Portici, invece, Villa Lauro Lancellotti ha conosciuto l’abbandono e il crollo, prima di essere interessata da nuovi interventi di recupero.
Roma resta l’altro grande punto della geografia dei Lancellotti. Qui la famiglia possiede lo storico Palazzo Lancellotti ai Coronari, nel rione Ponte, la cui costruzione fu avviata nel 1591 da Scipione Lancellotti e completata nel 1610 sotto Orazio Lancellotti con l’intervento di Carlo Maderno. Il palazzo conserva ancora oggi la memoria della posizione raggiunta dalla casata nella Roma aristocratica e papale.
Lauro, Portici e Roma formano così una sorta di triangolo della memoria Lancellotti: il castello feudale trasformato e ricostruito, la villa vesuviana settecentesca segnata dall’abbandono e il palazzo romano che testimonia l’ascesa della famiglia nell’aristocrazia della città pontificia.
Nel caso di Lauro, però, la storia ha lasciato un’immagine particolarmente potente.
Il castello bruciato nel 1799 e quello ricostruito nell’Ottocento sono due edifici diversi, ma appartengono alla stessa memoria.
Il primo è il castello che la storia ha distrutto.
Il secondo è il castello che la storia ha scelto di far rinascere.
Ed è forse proprio questa distanza tra le due immagini a spiegare perché, ancora oggi, a Lauro il fuoco non rappresenti soltanto la fine. Rappresenta anche l’inizio di una nuova storia.
