Diari dell’antiquario-Il Neobarocco: il barocco visto di corsa di Mario Scippa | 12
Tra forme sontuose e memoria accelerata, il Neobarocco ottocentesco riprende il linguaggio del Barocco trasformandolo in un’esperienza immediata, dove l’effetto prevale sul tempo della contemplazione
di Mario Scippa
Ero un giovane antiquario, la mattina, prima di aprire la galleria, attraversavo Napoli entrando nelle botteghe degli altri. Era un percorso quasi rituale. Entravo senza fretta, si salutava poco, guardavo molto.
Una di quelle mattine mi capitò di vederlo con chiarezza.
Un mobile neobarocco.
Occupava la parete di fondo. Le curve spingevano verso l’esterno, le volute si inseguivano una sull’altra, le scintillanti dorature trattenevano e diffondevano di riflesso la luce delle finestre.
Non c’era esitazione. L’oggetto non chiedeva tempo.
Riempiva lo spazio.
Un mobile neobarocco dell’Ottocento si impone immediatamente. Il passaggio tra passato e presente diventa rapido. L’efficacia conta più della meditazione.
Il Neobarocco nasce da un’urgenza: occupare lo spazio, mostrarsi, affermarsi.
La profondità si assottiglia. L’effetto cresce. Il simbolo si semplifica. Il gesto accelera. A volte riconosco questa stessa fretta anche nel mio sguardo.
Se ti avvicini, lo senti.
Basta seguire con lo sguardo una voluta che gira su se stessa, o la piega di un drappo intagliato nel legno.
Tutto è movimento. Tutto cerca presenza.
Una rapidità diversa attraversa queste forme.
Il movimento produce presenza. La teatralità tende a convincere.
Il Seicento diventa un deposito di forme pronte: curve, gigli, cartigli, putti.
Così il Neobarocco aderisce perfettamente al suo tempo. Un secolo che comprime la memoria, la accelera e la trasforma in strumento.
Entra in una chiesa del Seicento. All’inizio non la capisci. La luce non è uniforme. Scivola, si concentra, scompare. Le colonne salgono torcendosi verso l’alto. Le pareti si aprono in cappelle, poi si richiudono e ti obbligano a cambiare direzione. Lo sguardo non basta. Devi muoverti. Lo spazio ti trattiene. Ti accompagna. Ti guida. Ogni elemento rimanda a un altro. Scultura, architettura, pittura, luce respirano insieme. Qui la decorazione è parte del senso.
Il Barocco del Seicento funziona come un organismo. Ti avvolge lentamente.
Solo alla fine capisci che eri già dentro una visione del mondo.
Questo è il punto.
Nel Seicento il significato nasce attraversando lo spazio. Nel Neobarocco si attiva in un istante.
Qui sta la frattura.
Da una parte un’esperienza che si accumula. Dall’altra un’immagine che colpisce.
Quando il Barocco riappare nell’Ottocento lo riconosci subito. Le curve sono le stesse. Le dorature anche. Le superfici vibrano. Eppure qualcosa è cambiato.
Ricordo l’espressione dell’antiquario, quella mattina in cui mi ritrovai davanti a quel mobile neobarocco. Che nella sua galleria occupava la parete come una presenza fisica.
Mi osservava senza parlare, mentre io perdevo lo sguardo in quelle volute profonde. Intagli fitti. Dorature che trattenevano la luce. Non c’era un punto neutro dove posare lo sguardo.
In silenzio, lentamente, il vecchio antiquario con gli occhi azzurri come il mare, si avvicinò.
Appoggiò la mano sul mobile.
Seguì con le dita il percorso degli intagli, lentamente, come se stesse leggendo una mappa.
Non indicava. Percorreva. Poi sorrise appena.
«Questo è Barocco visto di corsa.»
Lo disse senza ironia. Senza giudizio. E aveva ragione.
C’era tutto. Ma non c’era attesa.
Uscendo dalla bottega, quella frase continuava a tornarmi addosso.
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Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani, a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.
La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano.
Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.
Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive.
Per lui la città non è solo un luogo, ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.
