Diari di Cultura-San Cristoforo e il lavoro dell’attore di Sergio Sivori | 12
Il simbolo di San Cristoforo illumina il mestiere dell’attore tra tecnica, pedagogia teatrale e arte dell’interpretazione. Nell’azione è il bambino che guida
di Sergio Sivori
Esistono immagini che spiegano un mestiere meglio di un intero trattato. Una di queste è San Cristoforo che attraversa un fiume portando un bambino sulle spalle. Da tempo penso che questa antica raffigurazione dica qualcosa di essenziale anche sul lavoro dell’attore.
L’iconografia è nota: un uomo attraversa una corrente impetuosa con un bambino sulle spalle. A ogni passo il peso aumenta, fino a diventare quasi insostenibile. Solo alla fine comprende che quel bambino racchiude un significato infinitamente più grande di quanto avesse immaginato.
Non è necessario fermarsi al significato religioso dell’immagine. La sua forza simbolica è tale da attraversare i secoli e continuare a parlare dell’esperienza umana. E, sorprendentemente, anche dell’arte dell’attore.
Chi comincia a fare teatro è convinto di dover guidare tutto. Vuole controllare il corpo, le emozioni, il personaggio, il ritmo, il significato delle parole. Pensa che la qualità della propria interpretazione dipenda dalla capacità di dominare ciò che accade sulla scena.
L’esperienza, però, insegna altro.
Il lavoro dell’attore non consiste nel governare l’azione, ma nel diventare disponibile alla sua necessità.
Ogni azione autentica possiede un’intelligenza propria. Non è un gesto inventato per illustrare un’idea né un movimento decorativo. È un fatto concreto che modifica il corpo, il respiro, l’equilibrio, l’ascolto, la relazione con lo spazio e con l’altro. L’attore non la osserva dall’esterno: la attraversa.
Ed è qui che San Cristoforo torna a parlarci.
Il gigante sembra essere colui che conduce il viaggio. È forte, sostiene il peso, affronta la corrente. Eppure il senso dell’attraversamento non nasce dalla sua forza. Nasce da ciò che porta con sé.
Così accade all’attore.
All’inizio crede di sostenere l’azione con la propria tecnica, la propria sensibilità, la propria volontà. Con il tempo scopre che la tecnica non serve a imporre un’idea alla scena, ma a rendersi sufficientemente disponibile perché l’azione possa manifestare la propria verità.
È allora che il rapporto si rovescia.
L’attore non conduce più l’azione.
È l’azione a orientare l’attore.
Ho sempre trovato particolarmente illuminanti le pagine in cui Toporkov racconta il lavoro degli ultimi anni di Stanislavskij. Da quei resoconti emerge con chiarezza che il maestro non chiedeva agli attori di cercare un’emozione, ma di compiere un’azione necessaria. Cercare, attendere, evitare, attraversare uno spazio, rivolgersi a qualcuno con uno scopo preciso: erano queste le indicazioni da cui prendeva vita la scena. L’emozione, quando arrivava, non era il punto di partenza, ma la conseguenza di un’azione realmente vissuta. Ogni volta che rileggo quelle pagine mi torna in mente l’immagine di San Cristoforo: il gigante crede di trasportare il bambino, ma è il bambino a dare senso al suo cammino. Così l’attore pensa di guidare l’azione, mentre è l’azione a guidare lui.
Per questo le grandi pedagogie del teatro insistono sulla concretezza. Un’azione precisa, un obiettivo reale, un ascolto autentico producono trasformazioni che nessuna emozione ricercata artificialmente potrebbe generare.
Ogni volta che l’attore entra davvero nell’azione, scopre che essa conosce la strada meglio delle intenzioni con cui aveva pensato di guidarla. L’azione possiede una logica che nessuna volontà riesce a prevedere fino in fondo.
Ogni volta che l’attore vuole dimostrare qualcosa, la scena si irrigidisce.
Ogni volta che accetta di ascoltare la logica dell’azione, la scena comincia a respirare.
È un principio semplice, ma richiede anni di pratica. Tutta la preparazione tecnica dell’attore tende, paradossalmente, a renderlo meno protagonista del proprio ego e più disponibile all’accadere scenico. La disciplina non serve a esercitare un dominio, ma a costruire una disponibilità.
Non è un caso che l’ultimo Stanislavskij abbia posto al centro della propria ricerca il metodo delle azioni fisiche. In questa prospettiva l’azione non rappresenta il risultato dell’interpretazione, ma il suo principio generatore. L’attore non utilizza l’azione come uno strumento: è l’azione che, progressivamente, costruisce l’attore.
Anche il peso cambia.
Ciò che sembrava un gesto elementare rivela progressivamente una complessità inattesa. Una camminata diventa una relazione. Una relazione diventa un conflitto. Un conflitto diventa trasformazione. L’azione continua ad aprirsi mentre l’attore continua ad attraversarla.
Forse è proprio questa la lezione nascosta nell’immagine di San Cristoforo.
La forza del gigante è indispensabile, ma da sola non basta ad attraversare il fiume.
Allo stesso modo, il talento, la tecnica e l’esperienza non bastano a creare presenza scenica.
Ciò che rende vivo l’attore è la capacità di affidarsi all’intelligenza dell’azione, accettando che sia essa, passo dopo passo, a trasformarne il corpo, il pensiero e la qualità della presenza.
L’attore entra in scena credendo di dover condurre il viaggio.
Ne esce comprendendo che il viaggio è cominciato davvero soltanto quando ha smesso di volerlo guidare.
Sergio Sivori è un costruttore di cultura. Oltre alla sua attività artistica, Sivori è ideatore e promotore di progetti culturali che mettono al centro la comunità, il territorio e la dimensione partecipativa dell’arte.
La sua visione si fonda su tre principi fondamentali: arte come responsabilità civile, cultura come spazio di incontro, creazione di contesti, non solo di opere.
In un’Italia che negli ultimi anni ha visto crescere festival, rassegne e iniziative interdisciplinari, Sivori interpreta questo movimento con una sensibilità particolare: per lui, l’arte non è solo produzione, ma relazione.
In un tempo che tende alla semplificazione, Sergio Sivori rappresenta una presenza complessa, plurale, rigorosa.
La sua opera attraversa i linguaggi senza disperdersi, costruendo un’identità artistica riconoscibile, nutrita da una ricerca costante e da una profonda attenzione all’umano.
