CulturaDiariDiari del Tempo

Diari del Tempo-Macedonio Melloni a Portici e la lettera di Lincoln di Mario Manzo | 3

Un caso di apocrifo nell’Italia del Novecento: da Springfield a Portici la falsa lettera di Abramo Lincoln al fisico Macedonio Melloni

di Mario Manzo

Nel film The Hateful Eight, Quentin Tarantino attribuisce un ruolo centrale a una lettera che Abraham Lincoln avrebbe scritto all’ex maggiore Marquis Warren, interpretato da Samuel Jackson, congedato dall’esercito e divenuto un cacciatore di taglie. Nel corso della narrazione si scopre che la lettera è un falso, un’abile invenzione che Warren utilizza usa per accreditarsi e come lasciapassare.

Molto prima del cinema, una lettera di Lincoln aveva attraversato la storia.

Macedonio Melloni

Si tratta di una presunta lettera di Lincoln del 1853, nella presunta traduzione di Giuseppe Mazzini “cogli occhi umidi e col cuore commosso” tra il 1862 e il 1865, indirizzata al fisico di fama internazionale Macedonio Melloni, allora ritiratosi nella sua villa di Portici.

In quel testo il futuro Presidente degli Stati Uniti si esprimeva su Roma, sull’Italia e sugli equilibri europei. La lettera circolò per oltre mezzo secolo, riaffiorando nei momenti politici più delicati legati alla questione adriatica, divenendo, di volta in volta, leva dell’irredentismo, suggestione risorgimentale e strumento di propaganda.

La lettera riemerse una prima volta alla vigilia della Conferenza di Sanremo (19–26 aprile 1920), convocata dalle potenze alleate vincitrici della Prima guerra mondiale: Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone, con Belgio e Grecia presenti per questioni specifiche. Mentre al Castello Devachan si discuteva la spartizione dell’Impero ottomano e l’assegnazione dei mandati in Medio Oriente, l’Italia era impegnata nella gestione dell’occupazione dannunziana di Fiume.

Il governo guidato da Francesco Saverio Nitti avrebbe voluto una soluzione rapida della crisi adriatica, ma la conferenza mantenne altre priorità: il contenzioso su Fiume fu stralciato dai temi centrali e rinviato a successive trattative bilaterali, aprendo la strada agli accordi di Rapallo.

La lettera comparve sulla scena proprio in quei giorni. Fu pubblicata il 2 aprile dal Popolo d’Italia, il quotidiano fondato e diretto da Benito Mussolini, accanto a un articolo di Gabriele d’Annunzio che aggiornava i lettori sulla situazione di Fiume, da lui occupata da sette mesi.

L’Impresa di Fiume era nata all’indomani della Conferenza di Pace di Parigi del 1919, quando il presidente statunitense Woodrow Wilson si oppose con decisione alle richieste italiane sulla città. Invocando il principio di autodeterminazione dei popoli, Wilson negò l’annessione di Fiume alla delegazione italiana guidata da Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino, alimentando la crisi della cosiddetta vittoria mutilata e la protesta di D’Annunzio.

L’Italia rivendicava il rispetto del Patto di Londra del 1915 e l’aggiunta di Fiume in base alla sua maggioranza italiana; Wilson respinse la richiesta, sostenendo che la città, pur a maggioranza italiana, fosse circondata da un entroterra slavo. Propose invece la Linea Wilson, che assegnava Fiume e l’Istria orientale alla neonata Jugoslavia. Di fronte al rifiuto degli alleati e del presidente americano, Orlando e Sonnino abbandonarono temporaneamente la conferenza nell’aprile 1919, rientrandovi poco dopo senza aver ottenuto la città.

L’8 settembre 1920, giornata della proclamazione della Reggenza del Carnaro, D’Annunzio decise di richiamare pubblicamente la lettera: un documento in cui il presidente vittorioso della guerra di Secessione, durante il nostro Risorgimento, avrebbe auspicato un’Italia dai confini amplissimi. Il testo recitava infatti: “Tutta la penisola italica dev’essere interamente unita in un’unica nazione colle sue tre maggiori isole del Mediterraneo (Corsica, Sardegna e Sicilia), col Lombardo-Veneto e colle due Venezie (tridentina e giulia), per intero, senza sbalzi dannosi e salti incomposti, coll’assoluta padronanza dell’antico lago di Venezia, da Fiume alle bocche del Cattaro, ininterrottamente, per tutta la Dalmazia, in aggiunta indistruttibile a tutta l’Albania. La sola unità italiana che si possa ammettere è questa.”

La lettera insisteva poi sul tema adriatico con toni ancora più accesi: “Il lago di Venezia non dev’essere più oltre defraudato. Non ammettere l’annessione per intero, senza eccezione di sorta, all’Italia, è, pei cittadini di tutte le terre e pei conterranei di Franklin e di Washington, un vero e proprio matricidio.”

Un’affermazione che si poneva in aperto contrasto con Woodrow Wilson, il quale negava all’Italia Fiume, la Dalmazia e esitava persino sulla concessione dell’Istria. La lettera offriva un potente controcanto simbolico alla linea americana, legittimando la battaglia adriatica con l’autorità morale di Lincoln.

Poco prima della pubblicazione sul Popolo d’Italia, la lettera era già comparsa su La Voce dalmatica, periodico politico edito a Zara che seguiva da vicino le vicende della “questione adriatica” nel delicato passaggio della Dalmazia nel primo dopoguerra.

Tra le testate che la ripresero vi fu anche Il Carroccio, rivista fondata a New York nel 1915 per la propaganda e la difesa della cultura italiana, che la rilanciò con un titolo altisonante: “La pagina più onesta di tutta la storia contemporanea. L’Adriatico deve appartenere all’Italia. Lettera di Abramo Lincoln al Dr. Macedonio Melloni. Traduzione dall’inglese di Giuseppe Mazzini.”

Il richiamo non era casuale: il titolo riprendeva infatti un giudizio attribuito a Giosuè Carducci, secondo cui quella lettera sarebbe stata “la pagina più onesta di tutta la storia contemporanea”.

Abramo Lincoln

La lettera riemerse nuovamente nel 1928, ma in realtà il testo pare circolasse già intorno al 1900 in ambienti ristretti, dove inizialmente raccolse consensi sulla sua autenticità. Il giovane Benito Mussolini ne avrebbe avuto visione nel 1908 e ne avrebbe scritto su un periodico da lui diretto. Si raccontò anche che Edmondo De Amicis avesse pensato di pubblicarla.

La lettera si presentava come risposta a una richiesta del Melloni di esprimere un giudizio sul riordinamento politico dell’Europa. Lincoln faceva riferimento a una precedente missiva e sosteneva che il messaggio fosse giunto a lui tramite Faraday e Humboldt: “Mio caro Melloni, Humboldt mi fece pervenire il vostro messaggio che per me avete consegnato a Faraday […] Ammiro in voi tutto quanto avete patito per la scienza, ma più ancora tutto quanto avete sofferto per l’indipendenza e la libertà della vostra doratissima patria.”

In questo quadro si inserisce anche una connessione indiretta con il mondo di Lincoln, che riporto come curiosità: Joseph Henry, futuro primo Segretario dello Smithsonian Institution e poi consigliere scientifico del Presidente Lincoln, durante il suo viaggio di istruzione in Europa nel 1837 ebbe modo di incontrare Macedonio Melloni e François Arago a Parigi e, poco dopo, Faraday e Humboldt a Londra.

Queste traiettorie, che attraversano senza confini le capitali della scienza ottocentesca, ricordano quanto la ricerca fosse già allora un mondo universale, capace di mettere in relazione studiosi lontani per geografia, lingua e istituzioni. Una circolazione internazionale del sapere in cui Parigi, Londra, Washington e Napoli appartengono alla stessa costellazione intellettuale, legate da scambi, viaggi, corrispondenze e da quella comunità scientifica che, pur dispersa nel mondo, condivideva metodi, linguaggi e ideali.

Il testo, nella sua parte più citata, delineava una visione fortemente idealizzata del ruolo dell’Italia nel continente, con Roma destinata a diventare la capitale dei futuri Stati Uniti d’Europa. La lettera proclamava infatti: “Roma, ripeto, che dovrà essere, in un periodo di tempo più o meno prossimo, la capitale luminosa degli Stati Uniti d’Europa”; e ancora: “è sacra affermazione di mare nostrum della gran madre Roma, vaticinata caput mundi dai tempi antichissimi: ROMA -AMOR, la città affascinante del più bel sole.”

L’idea di un’Europa federata veniva presentata come conseguenza necessaria della piena emancipazione italiana: “E per addivenire alla costituzione dei futuri Stati Uniti d’Europa è indiscutibile innanzi tutto la più assoluta indipendenza politica dell’Italia vostra, nazione indispensabile all’equilibrio stabile del mondo civile.”

Il documento conteneva, tra l’altro, una condanna delle ingiustizie territoriali europee, evocando persino il caso dell’Alsazia in una futura confederazione tedesca: “In una futura confederazione di stati tedeschi […] l’Alsazia deve trovare necessariamente il proprio posto […] Allo strazio di questo strappo illegale pianse le più amare lagrime Wolfgang Goethe, voi lo ricorderete.”

Negli anni Trenta e Quaranta la lettera tornò a circolare su diversi organi di stampa, ma la sua fortuna non si limitò alla propaganda giornalistica, il documento entrò nel discorso istituzionale. Nella seduta della Camera del 21 marzo 1936, il Deputato Fera, richiamò pubblicamente il presunto messaggio di Lincoln, come argomento d’autorità a sostegno delle rivendicazioni nazionali.

Nel secondo dopoguerra la lettera fu nuovamente richiamata nel contesto delle tensioni su Istria, Dalmazia e Trieste. Nel 1953, mentre la crisi del Territorio Libero di Trieste riaccendeva il confronto diplomatico tra Italia e Jugoslavia, alcuni organi di stampa ricordarono il centenario del presunto messaggio Lincoln‑Melloni.

In quei mesi, il Presidente del Consiglio Giuseppe Pella, succeduto a De Gasperi, citò pubblicamente la lettera: il 13 settembre 1953, a Roma durante un discorso al Campidoglio, evocò il testo attribuito a Lincoln come argomento a sostegno dei diritti italiani su Trieste e sulla Dalmazia.

La lettera, già utilizzata nel primo dopoguerra come leva dell’irredentismo e strumento di propaganda, tornava così a essere mobilitata nel dibattito politico, trasformata in un simbolo identitario utile a rafforzare la posizione italiana nella fase più tesa della questione triestina.

Gaetano Salvemini

Gaetano Salvemini fu il primo a denunciare pubblicamente la falsità della lettera Lincoln‑Melloni, intervenendo immediatamente, nel momento stesso in cui il documento cominciava a circolare.

Durante il dibattito parlamentare sul Trattato di Rapallo, smascherò la lettera con un’argomentazione filologica tanto semplice quanto devastante: Lincoln non poteva aver parlato nel 1853 di Venezia Tridentina e Venezia Giulia, denominazioni che sarebbero state coniate solo nel 1866 dal glottologo Graziadio Isaia Ascoli.

Era la prova linguistica che il testo non poteva essere autentico.

Quando, nel secondo dopoguerra, la lettera riemerse nel contenzioso sulla Venezia Giulia, Salvemini intervenne di nuovo.

Nel 1952 ribadì la falsità del documento e mise in guardia contro il suo uso politico, ricordando che i diritti italiani sulla regione avevano basi ben più solide di quella «deplorevole falsificazione».

La critica non fu soltanto italiana. Nel 1931, il New York Times definì la lettera un falso, riportando il giudizio di uno storico esperto di Lincoln che non riconosceva nello scritto né lo stile né la struttura argomentativa del Presidente. L’intervento del quotidiano newyorkese confermava che, negli Stati Uniti, il documento non godeva di credibilità, la presunta missiva non trovava riscontro negli archivi, non corrispondeva ai modelli retorici lincolniani e veniva considerata, già allora, una costruzione artificiosa priva di fondamento storico.

La natura artificiosa del testo alimentò, negli anni, una serie di ipotesi più o meno fantasiose su chi potesse aver orchestrato la mistificazione. Nelle ricostruzioni dell’epoca si sussurrava che la lettera fosse stata prodotta da un fantomatico Ufficio Falsi attivo presso lo Stato Maggiore della Difesa o il Ministero degli Esteri.

Non mancò chi pensò allo stesso Benito Mussolini, immaginando che il futuro duce potesse aver contribuito a confezionare un documento perfettamente calibrato sulle tensioni adriatiche del primo Novecento e utile alla retorica nazionalista.

Nel corso delle indagini sulla genesi del presunto messaggio Lincoln‑Melloni, la ricostruzione archivistica più convincente, quella di Carlo Schiffrer, allievo di Salvemini, individuò come responsabile della mistificazione il sedicente proprietario dell’originale, Nino d’Althan, pseudonimo di Nino Guerzoni Federici. Costui sosteneva di aver ricevuto la lettera dalla nonna, contessa Matilde Zuccolini di Modena, la quale, a sua volta, l’avrebbe ottenuta dalla contessa Fulvia Salazar Crivelli, indicata come la dama che si sarebbe premurata di far tradurre il documento a Mazzini. Era una genealogia costruita con cura, pensata per conferire al falso un’aura di nobiltà e di antica autorevolezza patriottica. Quando Salvemini smascherò pubblicamente la lettera, Guerzoni Federici reagì con veemenza: nel 1929 pubblicò infatti Dall’Urbe all’Orbe: la fiera risposta all’on. Gaetano Salvemini. Lincoln, Melloni e Mazzini rivendicati, un testo polemico in cui tentava di difendere la veridicità del documento e di riabilitare la propria versione dei fatti, opponendo alla critica storica una narrazione identitaria costruita con ostinata pervicacia.

In questa vicenda, accanto ai protagonisti più noti, dunque, emerge anche la figura della contessa Fulvia Salazar di Romanengo, nata marchesa Crivelli d’Agliate. Fulvia Salazar fu realmente una gentildonna colta e stimata nel suo tempo: coltivò interessi letterari e storici, distinguendosi come traduttrice. Nel 1891 curò, ad esempio, la versione italiana dei saggi biografici su William Pitt e Samuel Johnson di Thomas Babington Macaulay.

La sua famiglia era profondamente intrecciata con la storia del Risorgimento: sia lei sia il padre, Vitaliano Crivelli, esule e patriota milanese, intrattennero una corrispondenza con Giuseppe Mazzini, inserendosi in quel mondo di relazioni politiche e intellettuali che aveva animato l’Italia preunitaria. Fulvia Salazar Crivelli si spense il 6 ottobre 1911, nella quiete di Castello sopra Lecco.

Lo scienziato Macedonio Melloni non fu soltanto uno dei più brillanti fisici dell’Ottocento, fu anche un convinto patriota liberale. Distintosi nei moti del 1831, dovette riparare in Francia, dove l’appoggio di François Arago gli valse la nomina a professore di fisica nel collegio di Dôle. Seguì un periodo di intensa attività scientifica tra Ginevra e Parigi, durante il quale Melloni condusse ricerche fondamentali sui raggi infrarossi, aprendo un capitolo decisivo nella storia della fisica moderna.

Un’altra curiosità riguarda proprio gli anni dell’esilio parigino. La casa di Melloni, in quei mesi, divenne un piccolo crocevia dell’emigrazione politica italiana, vi si ritrovavano Giuseppe Lamberti, che in Francia si affiliò alla Giovane Italia e ne sarebbe divenuto in seguito segretario; Pasquale Berghini, esule dopo essere stato condannato a morte in contumacia insieme a Giuseppe Mazzini dal Regno di Sardegna; e il medico Prospero Pirondi, anch’egli rifugiato e condannato a morte in contumacia dal Ducato di Modena e Reggio.

Queste presenze delineano un legame indiretto ma significativo con Mazzini; Melloni non fu mai parte organica della Giovane Italia, ma la sua casa parigina ospitò uomini che ne erano protagonisti, collaboratori, compagni di esilio. In quelle stanze, la scienza e il mazzinianesimo si sfioravano quotidianamente, mostrando come l’esilio politico e la ricerca scientifica condividessero, nell’Europa degli anni Trenta, gli stessi luoghi, le stesse reti, la stessa circolazione internazionale del sapere e delle idee.

I suoi risultati gli valsero la Medaglia Rumford, allora considerata il massimo riconoscimento internazionale nel campo della fisica, e l’elezione a membro estero della Royal Society, dell’Académie des Sciences e di numerose altre accademie europee. A questi onori si aggiunsero le decorazioni conferite da vari Stati europei, segno della statura scientifica che Melloni aveva raggiunto ben prima del suo rientro in Italia.

Revocato l’esilio nel 1837, grazie alla mediazione congiunta di Alexander von Humboldt e François Arago, Macedonio Melloni poté finalmente rientrare in Italia. Due anni dopo, nel 1839, mentre Napoli viveva una stagione di straordinario fermento culturale e scientifico, la stessa in cui veniva inaugurata la linea ferroviaria Napoli‑Portici, prima in Italia, il re delle Due Sicilie lo nominò, su raccomandazione di Arago, Direttore del Gabinetto di meteorologia da istituirsi nel Regno.

In un primo momento pensò di collocare il nuovo istituto alla Riviera di Chiaia, dove sarebbe poi sarebbe sorta, nel 1872, la Stazione Zoologica Anton Dohrn, l’acquario; ma Melloni, con un’intuizione felice e modernissima, propose di trasferire la sede sul Vesuvio, trasformando il vulcano in un laboratorio naturale. Da quella visione nacque l’Osservatorio Vesuviano, il primo osservatorio vulcanologico al mondo, che Melloni diresse fino al 1849, quando fu esonerato per l’accusa di aver partecipato ai moti rivoluzionari del 1848.

Ritiratosi a Portici, nella quiete della Villa Moretta, Macedonio Melloni continuò a dedicarsi con passione ai suoi studi, tenendosi in corrispondenza con un’élite scientifica d’eccezione che ne riconosceva il valore e ne seguiva le intuizioni. In quella dimora, Melloni trascorse gli ultimi anni della sua vita, mantenendo intatta la curiosità intellettuale che lo aveva reso uno dei più brillanti fisici dell’Ottocento.

Un episodio curioso, quasi simbolico, accompagna gli anni finali dell’attività scientifica di Melloni. Studiando i parafulmini sulla scorta delle ricerche di Benjamin Franklin, ebbe modo di osservare da vicino gli effetti di una scarica elettrica: un fulmine colpì infatti una piccola torricina della Villa Leone, trasformando un incidente improvviso in un vero laboratorio a cielo aperto. Per Melloni, che aveva fatto della sperimentazione la cifra della sua vita, anche un evento naturale inatteso diventava occasione di indagine, confermando quella curiosità instancabile e quella prontezza intellettuale che lo avevano reso uno dei fisici più brillanti del suo tempo.

Macedonio Melloni si spense nella sua villa di Portici intorno alle undici di sera del 10 agosto 1854, circondato da alcune delle persone che gli erano più care. Accanto al suo letto c’erano Girolamo Vergara, Capitano di Vascello della Real Marina del Regno delle Due Sicilie, che negli anni innanzi, con la caduta del Regno delle Due Sicilie si rifiuterà di entrare nei ruoli della Regia Marina, e i fratelli Leone, legati a Melloni da amicizia e vicinanza. Il Reverendo Don Nicola Biscardi, rettore dell’Annunziata, gli amministrò i sacramenti su sua richiesta, accompagnandolo negli ultimi istanti con i conforti religiosi.

Per uno strano gioco del destino, è curioso osservare come gli Stati Uniti, Mazzini e Salvemini tornino a riaffiorare nella villa in cui Melloni visse. Acquistata dalla famiglia Leone, la dimora passò poi ai Vergara Caffarelli, duchi di Craco, per via matrimoniale. Nicolò Ernesto Vergara Caffarelli (Napoli, 22 gennaio 1851 – Portici, 7 giugno 1920), ingegnere e architetto, aveva sposato Clelia Leone, a lui si deve il progetto e la direzione della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, una piccola gemma che fonde con finezza elementi neoromanici e neogotici.

In quelle stanze, un secolo dopo Melloni, visse anche il compianto e indimenticabile Don Edoardo Vergara Caffarelli, figura cosmopolita e raffinata, che dopo un lungo soggiorno negli Stati Uniti ricoprì il ruolo di Segretario della Mazzini Society, fondata nel 1939 a Northampton proprio da Gaetano Salvemini, che aveva smascherato l’apocrifo Lincoln‑Melloni con rigore filologico.

Rientrato in Italia nel secondo dopoguerra, Don Edoardo portò nel panorama culturale nazionale un punto di vista internazionale e modernissimo: critico musicale per Voice of America, tra i primi conduttori televisivi al pari di Mike Bongiorno, giornalista, membro del Collegio Araldico e Cavaliere costantiniano di Gran Croce.

Ancora oggi, una lapide voluta da Donna Luisa Vergara di Craco ricorda Macedonio Melloni come “fisico insigne” e “ideatore dell’Osservatorio Vesuviano”.

È un segno discreto, ma eloquente: in quella casa la storia della scienza e la storia civile hanno continuato a incontrarsi, sovrapponendo memorie e destini, un filo di continuità ideale che unisce il Vesuvio e l’America.

*Le figure di Macedonio Melloni, Girolamo Vergara Caffarelli, Ernesto Vergara Caffarelli sono state ricordate dallo storico Stanislao Scognamiglio in Figli di Portici famosi.

 

Mario Manzo, porticese, è autore e studioso di storia locale, con particolare attenzione alla memoria storica di Portici e del territorio vesuviano.

Nei suoi contributi per LoSpeakersCorner, raccolti nella rubrica Diari del Tempo, ricostruisce vicende, personaggi e documenti del passato attraverso una scrittura attenta alle fonti e ai dettagli spesso meno conosciuti.

I suoi articoli spaziano dalla storia politica e civile a figure della cultura, della scienza e dello spettacolo, restituendo alla memoria collettiva episodi e protagonisti che hanno lasciato una traccia nella storia di Portici e dell’area napoletana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *