AWA, il romanzo che restituisce un nome agli invisibili
AWA è il nuovo romanzo di Mario Scippa: una storia che ricompone la vita della “principessa africana” di Piazza Municipio, tra memoria, colpa, occasioni perdute e la forza delle vite ordinarie
Ho avuto il piacere di leggere in anteprima AWA, il nuovo libro di Mario Scippa in uscita il prossimo 24 luglio per LFA Publisher
Ci sono romanzi che raccontano una storia e romanzi che compiono un gesto.
AWA appartiene alla seconda categoria.
Il suo gesto è semplice solo in apparenza: restituire un nome a una donna che la memoria collettiva aveva trasformato in un’immagine.
La chiamavano “la principessa africana”. Era seduta ogni giovedì sulle aiuole di Piazza Municipio, davanti al Maschio Angioino, negli anni in cui Napoli cercava di rialzarsi dopo il terremoto. Tutti la vedevano. Nessuno sapeva chi fosse davvero. Da questo ricordo nasce un romanzo che attraversa quarant’anni e che trasforma una figura quasi leggendaria in una persona concreta, con un passato, delle amicizie, una paura, un figlio lontano e una lettera mai arrivata.
Il protagonista, Alberto Sarti, torna a Napoli da scrittore affermato.
Crede di inseguire un ricordo adolescenziale, ma scopre invece una colpa rimossa: da ragazzo aveva ricevuto da quella donna una busta da consegnare e, per paura, l’aveva nascosta dentro un libro, lasciandola scomparire insieme alla propria coscienza. È un espediente narrativo efficace perché evita ogni artificio investigativo: la ricerca della lettera diventa soprattutto una ricerca della responsabilità.
Scippa costruisce il romanzo come una lenta ricomposizione di frammenti.
Ogni personaggio aggiunge una tessera diversa: Malik restituisce la vita degli immigrati che dormivano nelle fabbriche abbandonate vicino al porto; Claudia racconta la domestica invisibile nelle case della borghesia napoletana; Mariama ricompone infine il volto più intimo di Awa. Così la donna che all’inizio appare quasi immobile acquista voce, carattere, ironia, perfino piccole manie quotidiane. Non resta più soltanto il vestito rosso e giallo che tutti ricordavano, ma una persona che ride, balla, ha paura degli scarafaggi, prepara riso con la cipolla bruciata e cuce di notte vestiti destinati a un figlio che cresce lontano. È proprio questa attenzione ai dettagli a impedire che Awa diventi un simbolo astratto.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è il rifiuto della retorica.
Pur affrontando temi come migrazione, sfruttamento, razzismo e memoria, Scippa evita il tono del romanzo a tesi. Le ingiustizie emergono attraverso gli oggetti: una tazza scheggiata, un nome storpiato per comodità, una camicia cucita a mano, un braccialetto di plastica, una busta rimasta chiusa per quarant’anni. Sono questi elementi concreti a dare forza emotiva al racconto, molto più di qualsiasi dichiarazione programmatica.
Anche Napoli svolge un ruolo decisivo.
Non è lo sfondo pittoresco della vicenda, ma un organismo vivo che cambia insieme ai suoi abitanti. La città degli anni Ottanta e quella contemporanea dialogano continuamente, mostrando quanto sia facile cancellare luoghi e persone senza accorgersene.
Lo stile è sobrio, essenziale, costruito soprattutto attraverso dialoghi asciutti e una lingua che rinuncia agli effetti per lasciare spazio alle voci dei personaggi. È una scrittura che procede per sottrazione e che trova la propria intensità proprio in ciò che evita di spiegare.
Ma il cuore del libro è forse un altro. AWA racconta che esiste una differenza profonda tra ricordare qualcuno e conoscerlo davvero. Alberto aveva conservato per tutta la vita l’immagine della “principessa africana”.
Solo molto tempo dopo scopre che quella donna si chiamava Awa e che, prima ancora di entrare nei suoi ricordi, gli aveva affidato una responsabilità. Da quel momento il romanzo cambia prospettiva: non parla più soltanto della memoria, ma del peso delle occasioni perdute e della possibilità, anche tardiva, di provare a riparare.
In un panorama editoriale spesso attratto dalle storie gridate, AWA sceglie invece la forza delle vite ordinarie.
