Diari del Tempo-Francesco Crispi a Portici di Mario Manzo | 1
Le lettere da Bellavista. Il soggiorno di Francesco Crispi a Portici tra memoria, diplomazia e fedeltà civili nella testimonianza di Mario Manzo
di Mario Manzo
Francesco Crispi, dopo aver guidato per decenni la politica italiana, interna ed estera, sin dalla nascita del Regno d’Italia, verso il 1896 si ritirò dalla vita pubblica. Scelse Napoli come luogo della sua ultima stagione, stabilendosi a Villa Lina, nella strada che porta il suo nome. Nella città continuò a esercitare l’attività di avvocato, circondato da una fitta schiera di amici, estimatori e interlocutori politici che non cessarono di consultarlo.
Nell’inverno del 1900 una grave forma influenzale ne compromise la salute. Il suo medico, il professor Diomede Carito, gli consigliò un periodo di convalescenza a Portici, località nota sin dai tempi di Carlo di Borbone per la salubrità dell’aria, uno dei motivi che avevano indotto alla costruzione della Reggia, difatti il sovrano in una lettera da Portici il 23 settembre 1738 ai genitori, scriveva: “Domenica pomeriggio siamo andati [n.d.r. insieme alla moglie Maria Amalia di Sassonia] al monastero del Carmine, e da lì siamo venuti qui; e vi assicuro, che è un posto davvero delizioso, con l’aria migliore del mondo”.
Crispi vi si trasferì per alcuni mesi, continuando tuttavia a mantenere una corrispondenza riservata con esponenti politici che ancora ne cercavano il giudizio. La sua residenza di Bellavista, Villa Coppola, divenne un piccolo centro di visite e consultazioni politiche. Nonostante la salute malferma, lo statista continuava a essere cercato da ministri, deputati, amici e associazioni patriottiche che ne sollecitavano il parere o la presenza simbolica.
Tra questi, il Senatore Giovanni Codronchi, già Ministro della Pubblica Istruzione, che il 15 aprile 1900 gli scrisse da Roma per chiedere chiarimenti sulla ventilata occupazione dell’Albania da parte dell’Austria. L’Europa era scossa da nuove e antiche tensioni internazionali, i due imperatori stavano per incontrarsi a Berlino, mentre l’Italia, lamentava Codronchi, era esclusa dal convegno. Il timore era che, come la Francia aveva paralizzato l’influenza dell’Italia nel Mediterraneo con Biserta, così l’Austria potesse chiuderla nell’Adriatico. Codronchi meditava un’interpellanza al Senato e, trovando “dimessa e imprevidente” la politica estera italiana, chiedeva a Crispi lumi sulla questione albanese, di cui lo statista siciliano, di famiglia appartenente alla minoranza albanese, arbëreshe)ì, si era occupato negli anni Settanta. Così concludeva: “Non rimane altro conforto che ricordare al paese gli esempi dei nostri maggiori uomini di Stato, e voi siete tra questi.”
Crispi rispose da Portici il 17 aprile, con una lettera breve e riservata, seguita da una seconda il 20 aprile. Le sue condizioni di salute non gli permettevano lunghe trattazioni, ma il contenuto delle missive è di grande interesse storico, egli ricostruiva le trattative del 1877-1878, quando, durante il primo ministero Depretis, Bismarck e Derby avevano proposto all’Italia l’Albania come compensazione alla Bosnia ed Erzegovina, che il Governo italiano non voleva fossero assegnate all’Austria. La crisi ministeriale del gennaio 1878 interruppe ogni negoziato; Cairoli, subentrato a Depretis, rifiutò persino di leggere la corrispondenza che Crispi aveva intrattenuto con Vittorio Emanuele II. Da allora, scriveva, la situazione si era complicata, e l’Italia aveva perduto una “buona occasione”.
Di seguito la trascrizione della lettera:
Caro Amico,
Lo stato della mia salute mi impedisce di scrivervi come vorrei. Sento fortemente gli effetti dell’influenza.
L’Albania è un tema che non si può trattare alla luce del sole e mi affido alla vostra prudenza. Sotto il primo Ministero Depretis ci fu offerta da Bismarck e da Derby in compenso della Bosnia e dell’Erzegovina che il nostro Governo si opponeva fossero date all’Austria. La crisi ministeriale del gennaio 1878 ruppe ogni trattativa. Cairoli non volle occuparsene, fino a rifiutare di leggere la mia corrispondenza del 1877 con Vittorio Emanuele. Seguì allora il periodo delle cospirazioni contro cui il Governo italiano fu inerte, durante la mia assenza dal Ministero. Oggi le cose sono a tale punto che è difficile rimediare. Io fui imputato come megalomane e l’Italia perdette una buona occasione.
Niente altro che abbracciarvi.
Affezionatissimo
- CRISPI.
Villa Coppola a Bellavista — Portici.
P.S. Comprenderete bene che quanto vi ho scritto non può essere oggetto della interpellanza.
Nella seconda lettera Crispi chiariva le ragioni strategiche dell’opposizione italiana, l’Austria, con nuove province orientali, avrebbe rafforzato la propria posizione, mentre l’Italia, con frontiere aperte verso l’Oriente, avrebbe visto ridursi la propria influenza. Se Vienna avesse ottenuto anche l’Albania, il dominio dell’Adriatico sarebbe stato compromesso, come già lo era quello del Mediterraneo dopo Biserta. Il Congresso di Berlino, ricordava, aveva affidato Bosnia ed Erzegovina all’Austria solo in amministrazione, non in piena sovranità, lasciando aperta la questione. Ma per riaprirla, concludeva Crispi, sarebbero occorsi “un’Italia forte e un ministro capace di far valere i nostri diritti”. Condizioni che, nel 1900, egli non vedeva realizzate.
Caro amico,
Quello che vi scrissi con la mia dei 17 corrente è incompleto — non vi dissi i motivi per cui ci opponevamo a che l’Austria possedesse la Bosnia e l’Erzegovina. L’Italia ha all’Oriente le frontiere aperte e l’Austria con le nuove provincie sarebbe più forte. Nostro interesse è che ciò non sia. Se l’Austria ottenesse anche l’Albania, il dominio dell’Adriatico sarebbe perduto per noi, come lo è quello del Mediterraneo dopo Biserta. Fortunatamente la questione è sempre aperta perchè il Congresso di Berlino non diede quelle provincie in completo dominio dell’Austria, ma solo in amministrazione. Io, preoccupato dei nostri interessi, non mancai di farne oggetto di discussione diplomatica ed ebbi speranza che le nostre ragioni sarebbero state ascoltate. Bismarck e Derby se ne erano convinti e perciò proponevano di darci l’Albania come contrapposto al possesso della Bosnia e dell’Erzegovina. E’ strano che l’irredentista Cairoli non comprendesse tutto ciò. Oggi non vi sarebbe altro di bene che una rettifica di frontiera. Ma a muovere la questione ci vorrebbero una Italia forte e un ministro che sapesse far valere i nostri diritti. Siamo noi in queste condizioni? Perduta l’occasione del Congresso di Berlino, le difficoltà sono maggiori e noi perdiamo il tempo in questioni inutili trasandando la trattazione dei grandi problemi. La mia salute non è ancora tale da poter prendere una parte attiva nelle cose del Paese.
Le due lettere, pubblicate anni dopo dal Deputato Enrico Pini, già Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Bologna e impegnato nello studio della questione balcanica e della situazione dell’Albania, su Il Resto del Carlino, testimoniano come anche durante la convalescenza porticese Crispi continuasse a esercitare un ruolo di riferimento nella diplomazia italiana. Il giorno in cui quell’articolo vide la luce, il 28 novembre 1912, fu lo stesso in cui l’Albania dichiarò la propria indipendenza dall’Impero Ottomano; a Valona, il leader nazionalista Ismail Qemali proclamava la nascita dello Stato albanese nel pieno della Prima Guerra Balcanica.
Il 27 aprile, il celebre clinico Guido Baccelli, Ministro della Pubblica Istruzione, figura eminente della medicina italiana, si recò a Portici per fargli visita. L’incontro, ricordato dalle cronache, confermava quanto Crispi fosse ancora considerato un punto di riferimento morale e politico, anche in una fase di ritiro dalla vita pubblica.
Nello stesso periodo, Crispi intratteneva una corrispondenza con il deputato Felice Santini, al quale era legato da un’amicizia che lo stesso Santini definì “paterna”. Una lettera del maggio 1900, che Santini pubblicò anni dopo, nel numero di ottobre 1911 della Rivista di Roma, testimonia la gratitudine di Crispi verso l’Associazione “Re e Patria”, che lo aveva designato padrino della nuova bandiera nella cerimonia di inaugurazione. Crispi, tuttavia, fu costretto a declinare l’invito, ricordava all’amico come egli stesso avesse potuto constatare, durante una recente visita, le persistenti conseguenze dell’influenza che gli rendevano impossibile partecipare a manifestazioni pubbliche.
A On. Felice Santini
Maggio 1900, Bellavista
Carissimo Santini,
son ben riconoscente all’Associazione “Re e Patria” che, con gentile pensiero richiede che io sia padrino della nuova bandiera nella cerimonia di inaugurazione. Tu, che da poco tempo mi hai fatto visita, puoi attestare come io risenta ancora le tristi conseguenze dell’influenza patita e come mi sia assolutamente impossibile lasciare pel momento questa campagna ove spero riavermi del tutto. Ma se, però, mi è interdetto il viaggiare, sarò con il cuore in mezzo ai soci e prego te, Presidente onorario di quella patriottica Associazione, a rappresentarmi nella bella festa, esprimendo in mio nome i sensi di riconoscenza ed il rammarico di non poter personalmente fare i miei auguri di prosperità e benessere, a quel Comitato, che porta due nomi sacri, Re e Patria, di cui uno serve a conservare l’Unità e l’integrità all’altra, malgrado le male arti dei partiti sovversivi.
Ti abbraccio di cuore.
Tuo affezionatissimo
- Crispi
Un’altra lettera, datata agosto 1900 e pubblicata anch’essa sulla Rivista di Roma, mostra un Crispi ancora profondamente legato alle celebrazioni del XX Settembre. Ricordava a Santini come, nel 1895, a Roma, avesse parlato in occasione dell’anniversario della Breccia, e come le idee espresse in quella festa patriottica rendessero naturale il suo consenso a presiedere onorariamente il Comitato che intendeva celebrare “quella data memoranda, giorno vero della completa unificazione d’Italia”. Accettava dunque la Presidenza onoraria, augurandosi “con tutte le forze dell’animo” di poter essere presente in mezzo ai promotori. Crispi si sarebbe spento a Napoli l’11 agosto dell’anno successivo
Carissimo Santini,
Nel 1895, l’anniversario del XX Settembre, in Roma, parlai e le idee, espresse in quella festa patriottica, possono dirti se mi può essere caro di essere a capo di un Comitato, che quella data memoranda, giorno vero della completa unificazione d’Italia, promuove di festeggiare. Accetto, quindi, la Presidenza onoraria e mi auguro con tutte le forze dell’animo mio di essere in quel giorno in mezzo a voi.
Ti abbraccio di cuore.
Tuo affezionatissimo
Nella primavera del 1900, da una stanza di Bellavista, Crispi, convalescente, continuò a interrogare il futuro dell’Italia. Le sue lettere, scritte mentre la salute vacillava, sembrano oggi un filo che attraversa il tempo; dall’Adriatico inquieto che egli temeva, alle ferite dei Balcani, Sarajevo, Srebrenica, il Kosovo, che hanno segnato il secolo successivo. In quelle pagine riservate, il vecchio statista ricordava che le fedeltà civili non sono soltanto un dovere politico, ma un esercizio di memoria e di responsabilità verso ciò che la storia ci consegna.

