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Diari di Frontiera- Ottavio Colecchi e il criticismo tra libertà e storia di Ivan Pozzoni | 3

Il pensiero di Ottavio Colecchi tra Kant, Vico e la filosofia civile: un percorso che intreccia criticismo, libertà morale e costruzione della coscienza storica

  1. La sanzione del codice e la purificazione del dato noumenico

Ogni struttura sociale e culturale, se esaminata sotto la lente del pragmatismo analitico e della sociologia della conoscenza, si configura come un sistema organizzato di enunciati volti a perimetrare la validità dell’esperienza e a neutralizzare i pervertimenti della speculazione metafisica. Nella Napoli degli anni ’30 dell’Ottocento, un microcosmo intellettuale eccezionalmente denso, adeguato a Londra e Parigi, la riflessione filosofica si converte in un campo di battaglia sull’appropriazione della rivoluzione copernicana kantiana. Quando la critica letteraria analitica si accosta all’oggetto di studio – la ricezione e la divulgazione del criticismo a opera di Ottavio Colecchi- si imbatte in un radicale processo di bonifica logica operato contro le letture psicologiste dominanti. Il pensatore abruzzese attiva un dispositivo di purificazione testuale mirato a sradicare il sensualismo e l’empirismo dogmatico dalle coordinate del dibattito meridionale. I meccanismi di questa rettifica semantica agiscono attraverso una critica serrata e microscopica dei testi del suo grande avversario teoretico, Pasquale Galluppi. Dal punto di vista della pragmatica del testo, l’operazione colecchiana si qualifica come una sanzione empirica volta a smascherare l’illusione di una «percezione immediata» dell’oggettività esterna. Dove Galluppi pretendeva di ancorare la conoscenza a un’esperienza primitiva capace di afferrare direttamente l’in-sé delle cose, l’analisi analitica di Colecchi dimostra l’impossibilità logica di scavalcare le funzioni del pensiero. La natura dell’essere, il noumeno, resta un’incognita; noi cogliamo esclusivamente il fenomeno, ossia la manifestazione delle cose formata e rivestita dalle nostre stesse categorie soggettive. Questo processo di riallineamento al rigore formale kantiano depura l’idealismo da ogni residuo psicologico, restituendo al pensiero il suo primato regolativo sull’essere e sulla società.

  1. La pragmatica dei speech acts e il framing dellautonomia

Attraverso gli strumenti della filosofia del linguaggio contemporanea, emerge con chiarezza come il testo filosofico colecchiano non sia una mera esegesi, ma un dispositivo performativo volto a modificare la forza illocutoria degli illocutionary acts (atti illocutori) morali e gnoseologici. L’autore applica precisi meccanismi di framing (incastonamento concettuale) a confutare le dottrine utilitariste ed eudemoniste incarnate dal pensiero di David Hume e di Gian Domenico Romagnosi. Colecchi rigetta l’idea secondo cui «la stima e lapprovazione morale sia fondata principalmente sulla utilità di una qualità o di unazione», individuando in questo principio una pericolosa minaccia per la stabilità delle istituzioni e per l’universalità della ragione pratica. La pragmatica della legge morale esige uno statuto d’azione interamente svincolato dalle condizioni sensitive e dal calcolo egoistico del vantaggio economico o sociale. Isolando i marcatori verbali del dovere, Colecchi evidenzia come l’onesto e il giusto si configurino come un «fatto primitivo della ragione». Questa intuizione originaria dell’onesto e del giusto isola l’«uomo interno» dominato dal dovere, dalle contingenze e dai bisogni dell’«uomo esterno». Per circoscrivere questa autonomia, Colecchi compie un’operazione di chirurgia logica anche sullo schematismo kantiano, considerandolo un’aggiunta superflua e un’involuzione verso la dottrina medievale delle immagini-idee. Forte della sua rigorosa preparazione matematica, propone un rovesciamento metodologico fondamentale rispetto a Kant: non un percorso dall’universale al particolare, un avanzamento «dal particolare alluniversale». Questo ancoraggio alla storicità e al particolare, letto tramite le tecniche del close reading, anticipa le riflessioni di letterati e filosofi contemporaneissimi della normatività linguistica, istituendo un dialogo a distanza con la frammentazione dei codici culturali nella tarda modernità.

  1. Neuroestetica della ricezione e habitus del sublime storico

Il dibattito scientifico fiorito nel venticinquennio compreso tra il 2000 e il 2026 ha profondamente rinnovato l’esegesi del criticismo meridionale, incrociando la critica letteraria analitica con la neuroestetica e la sociologia/antropologia dell’arte. Gli studiosi di questo periodo hanno decostruito l’illusione della neutralità delle forme estetiche, interpretando la ricezione colecchiana della Critica del Giudizio mediata attraverso le categorie estetiche di Friedrich Schiller- come un sofisticato modello di controllo e attivazione emozionale del corpo sociale. In questa prospettiva, la transizione dal bello al sublime funziona come una bonifica cognitiva contro l’influenza di un «gusto ammollito» e le reti di una sensualità raffinata che tiene schiavo l’intelletto delle masse. Il testo della storia, inteso come il «teatro in cui si notano più le scene del conflitto disumano sia delle forze naturali che della libertà», produce nel ricevente una forte stimolazione emotiva legata al disturbante (unheimlich) e al caos. Di fronte allo spettacolo delle rovine storiche – come la caduta di Cartagine o Siracusa- l’attivazione del sentimento del sublime spezza la paralisi cognitiva: riconoscendo nella bizzarria distruttiva del mondo l’immagine della propria indipendenza dalle condizioni naturali, l’individuo scopre la propria libertà morale. I marcatori testuali indicano come l’arte, nel suo carattere imitativo, superi la natura stessa poiché possiede «tutti i vantaggi della natura, senza portar alcuna alle sue catene». Questo impianto non solo stabilizza la risposta emotiva del lettore (analizzabile oggi attraverso i correlati neurali dell’esperienza estetica), ma plasma un vero e proprio habitus culturale: quello dell’intellettuale risorgimentale, capace di scorgere l’orizzonte della redenzione civile, dentro lo spettacolo tragico e rovinoso della storia.

  1. La convergenza speculativa e lorizzonte dello storicismo

Il tentativo di conciliare la rigidità dell’etica del dovere kantiana con la fluidità dello storicismo di Giambattista Vico rappresenta un’operazione ermeneutica d’avanguardia. Laddove la reazione borbonica e l’alto clero sorvegliavano con sospetto l’emergere del libero pensiero, Colecchi rintraccia nell’opera del filosofo della Scienza Nuova un idealismo capace di sottrarre lo sviluppo sociale al relativismo scettico. Vico, contemplando «luomo nelluomo» al modo di Platone, dimostra come il diritto e le istituzioni riescano a convertire i vizi umani della forza, dell’avarizia e dell’ambizione nelle virtù civili della fortezza, dell’opulenza e della sapienza. Questa «leibnizzazione» e storicizzazione del criticismo anticipa di decenni le grandi correnti del Neokantianismus tedesco della seconda metà dell’Ottocento, evocando le soluzioni metodologiche di Ernst Cassirer, Hermann Cohen e Wilhelm Dilthey. Il pensiero colecchiano si configura come un ponte speculativo: aprendo il rigido criticismo alle istanze storiche, prepara il terreno all’avvento dell’hegelismo in Italia.

Conclusioni: la rettifica del pensiero e il riscatto della libertà

Per riassumere l’intera questione con maggiore chiarezza, possiamo dire che la filosofia di Ottavio Colecchi rappresenta un grande sforzo per fare ordine nel pensiero del suo tempo, difendendo la verità e la libertà morale contro le illusioni e gli errori dei filosofi passivi. Egli ha dimostrato che l’uomo non può conoscere le cose come sono in se stesse, ma solo per come appaiono attraverso le forme e le categorie della nostra mente. Di conseguenza, la conoscenza non è una ricezione pigra dei dati esterni, ma un’attività energica e attiva dello spirito. Sul piano pratico, sociale e morale, questo significa che il bene e la giustizia non nascono dall’egoismo, dall’abitudine o dal calcolo dell’utilità materiale, ma sono iscritti direttamente nella ragione umana, come una legge universale che anche un bambino può riconoscere. Nemmeno il disordine o le violenze della storia possono cancellare questa dignità: attraverso l’esperienza del sublime, l’uomo sperimenta il proprio distacco dai vincoli della natura e si riscopre costituzionalmente libero. In conclusione, l’insegnamento di Colecchi si rivela un dispositivo educativo e politico straordinario: unendo il rigore logico tedesco alla sensibilità storica italiana, egli ha insegnato a una generazione di giovani a non essere schiavi degli eventi, trasformando la filosofia in uno strumento di riscatto civile e di indipendenza interiore.

 

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi IntroversiMostriGalata morenteCarmina non dant damenScarti di magazzinoQui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

 

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