CulturaSocietà

San Ciro a Portici: storia, culto e miracoli dal 1776

La predicazione di Francesco De Geronimo, le epidemie, le reliquie e la nascita della grande devozione porticese per San Ciro, medico‑anargiro e protettore della città

di Stanislao Scognamiglio

Venuto a Napoli nel 1670, completato gli studi al Collegio Massimo dei Padri Gesuiti, Francesco De Geronimo veniva ordinato sacerdote.

Padre missionario gesuita, nell’estate dell’anno di grazia 1674, richiamato a Napoli, esercitava il suo proficuo apostolato nelle piazze e nelle strade della città di Napoli, del suo circondario e di molte altre città delle province del vicereame di Napoli.

Fervente sacerdote ed eccezionale predicatore, nel corso dei suoi continui peregrinaggi, confortava i bisognosi e propugnava il culto per San Ciro, medico-anargiro, eremita e taumaturgo alessandrino.

Attribuiva le grazie ottenute per i suoi protetti all’intercessione di San Ciro, con il quale era spiritualmente in comunione.

Durante il suo soggiorno napoletano, Francesco De Gironimo spesse volte, per alcuni giorni, dimorava nel comune rivierasco vesuviano ospite della casa gesuitica.

Qui, in momenti particolarmente difficili, portando con sé alcune reliquie, appariva al popolo e, con la sua accorata, calorosa e suadente predicazione introduceva nel casale il culto e la divozione al Santo medico.

Infaticabile predicatore, miracolo di carità della benemerita ed insigne compagnia di Gesù, in chiesa, chiamati i popolani, sviluppava il rito della Comunione generale: ogni terza domenica del mese.

Così nei suoi giri mensili, radunava i fedeli e parlava loro della comunione, della fede, dei santi: soprattutto di San Ciro.

Per prepararsi degnamente alla festa suggeriva che bisognava imitare Cristo in preghiera, penitenza, carità. Bisognava confessarsi e comunicarsi la domenica, fare tre digiuni, distribuire l’elemosina ai poveri, meditare ogni giorno per mezz’ora e recitare Tre Pater Noster, Ave Maria e Gloria in onore della Santissima Trinità.

In queste adunanze, per ottenere il bene, assecondando finanche le fantasiose esigenze del popolo: faceva baciare la reliquia di San Ciro, distribuiva l’acqua benedetta, l’olio della lampada votiva posta innanzi al reliquario, la polvere dei fiori offerti al santo.

Da quest’ultima abitudine nacquero i tappeti di fiori, allestiti con petali ed erba nelle vie di Portici, attraversate dalla processione del Patrono.

Intanto, avvertendo il bisogno di avere un’immagine del Santo da esporre in chiesa alla pubblica venerazione, i Porticesi commissionavano a un ignoto pittore di scuola napoletana un’ideale raffigurazione dello stesso.

L’artista quindi fissa su tela l’intera figura del medico eremita Ciro nell’atto di esaltare la Croce e proteggere il casale di Portici, posto ai piedi del fumante Vesuvio, da una sua possibile eruzione.

L’effigie veniva poi collocata sull’altare del cappellone in fondo alla navata sinistra della chiesa parrocchiale.

La Chiesa Cattolica, sin dal 22 marzo 1630, celebrava la rituale solennità liturgica di San Ciro di Alessandria il 31 gennaio, suo dies natalis.

Il santo predicatore grottagliese, di sua iniziativa e successiva approvazione ecclesiastica, raddoppiava la festa in onore del Santo medico. Ne fissava, infatti, un’altra esterna con processione alla terza domenica di maggio, coincidente con la Comunione generale della Compagnia di Gesù.

Questa seconda festa spessissimo si sovrapponeva alla solennità dell’Ascensione del Signore, per cui, nel 1985, con decreto del cardinale Corrado Ursi, arcivescovo di Napoli, veniva portata alla prima domenica di maggio.

Nei tempi futuri, successivamente alla morte del De Geronimo, il culto e la devozione riservati a San Ciro anziché affievolirsi si accrescevano sempre più nei fedeli porticesi.

Questi, sostenuti e sollecitati dal premuroso parroco, reverendo, don Giuseppe Moscatelli, con forti, ripetute e sentite implorazioni, San Ciro, salvaci!, invocavano l’intervento miracoloso e la protezione di San Ciro, allorquando il casale, poi Villa Reale, veniva provato da terribili calamità naturali.

Il culto e la devozione si sviluppavano tanto, fino a decollare del tutto, all’indomani dell’abbattersi sul Napoletano dell’ennesima tremenda carestia propagatasi nell’autunno del 1763 per il cattivo raccolto e della successiva cruenta epidemia di peste bubbonica, che dall’aprile all’ottobre del 1764, seminava lutti in ogni dove.

In quei giorni difficili, S. Ciro si incominciava a invocare in Portici, a causa dell’epidemia, tanto più che a tale calamità si aggiungevano a pubblica sventura e delitti e rapine innumerevoli.

Il sacerdote, dal 1744, settimo Parroco della chiesa matrice porticese consacrata alla Natività della Beata Vergine Maria, anch’egli contagiato dal temibile morbo, prodigiosamente in brevissimo tempo, veniva guarito.

Il parroco attribuiva la sua guarigione a un miracolo operato da San Ciro. Conseguentemente incitava il popolo a rivolgersi al Santo come intercessore presso Dio: vivere con Dio nel core e con S. Ciro al lato.

Con tale adagio, spronava i fedeli a mantenere una fede viva, avere Dio al centro dei propri pensieri e delle proprie azioni, cercando la santità nella vita quotidiana e contestualmente, li invitava ad affidarsi alla protezione e all’intercessione del Santo medico, eremita e martire, considerato guaritore non solo dei mali fisici, ma anche curatore delle anime.

Premuroso pastore delle anime, il reverendo don Giuseppe, radunati gli atterriti parrocchiani, imposto silenzio alle voci di pietosi lamenti, gridava Porticesi, un altro istante…e noi forse saremo tutti cadaveri, la morte passeggia a visiera calata le nostre contrade, Portici è divenuta un se­polcro! Non però fate animo.

Raccolte poi le forze residue, esclamava ho trovato il medico, che può strapparci dalle unghie di morte, è un solo, e tutti pendevano tremanti dai suoi labbri, un solo, S. Ciro.

Perciò, con zelo ineffabile caldeggiava la divozione di S. Ciro, prostrato innanzi all’effigie di lui pregava con tutto l’amore di un Pastore, con tutto l’ardore di un Angelo, quando sentendosi come da so­vraumana forza ispirato, scorgendo in que’ tristanzuoli la per­sona del Cristo, vi si caccia intrepido in mezzo a riscaldare, infiammare, sforzare gli animi, ad invocare il nome di Ciro. Voi, dicea egli, aspettate un possente patrono? ebbene Ciro vuol dire potenza; voi aspettate benefica pioggia? Ciro a que­sta vien somigliato. Voi aspettate che il sole corra a fecon­dare i vostri campi? e Ciro vuol dire sole, sorgete, Ciro è il nostro salvatore: Dicit Dominus Cyro: Vere salvator es tu.

In questa tragica circostanza, gli infermi fedeli porticesi, avuta l’immaginetta del Santo taumaturgo, l’applicavano sulle parti del corpo maggiormente offese da bubboni supporanti dovuti all’infezione di peste.

Simultaneamente, si recavano più volte in chiesa a pregarlo, gli esprimevano voti affinché fossero loro e il casale tutto liberati dalla tremenda calamità.

In questo lasso di tempo, gli abitanti porticesi chiedevano alle competenti Autorità ecclesiastiche la traslazione a Portici di parte delle reliquie del Santo alessandrino.

Ottenuto il beneplacito, dalla chiesa dei padri gesuiti in Napoli, detta del Gesù Nuovo, alcuni pezzi del cranio del Santo venivano portati nella Real Villa di Portici.

Accolte degnamente, le gloriose reliquie venivano depositate in un’artistica teca posta lateralmente all’altare della navata di sinistra della chiesa madre.

Intanto, al manifestarsi di molte guarigioni improvvise, si riteneva che il Santo taumaturgo ascoltato l’eco di mille voci, che si udivano con unanime acclamazione ripetere il suo nome, avesse raccolto il voto dei Porticesi, espresso nelle ore più tristi della prova.

Pertanto, grazie al suo intervento soprannaturale, il morbo desolatore veniva progressivamente domato e così tutto il paese poteva essere definitivamente liberato da questo terrificante flagello.

Allora, cessata l’epidemia, lo stesso sacerdote, liberato egli stesso dal “grave pericolo di morte per la intercessione di S. Ciro”, dettesi tutto a propagar nel distretto di sua cura parrocchiale il culto del glorioso Martire.

Nel 1770, grazie alle generose offerte in danaro, raccolte tra i fedeli e i devoti del Santo alessandrino, nella chiesa parrocchiale veniva eretta una statua di San Ciro.

La mirabile scultura lignea, eseguita dallo scultore torrese Ferdinando Sperandeo, sormonta la sommità dell’altare della cappella dedicata al Santo, collocato in fondo alla navata di sinistra.

L’attento pastore di anime, don Giuseppe Moscatelli, si faceva promotore del patronato del Santo sulla Real Villa di Portici.

Sorretto dalla petizione generale di tutto il popolo porticese, nonché del clero secolare e regolare, il reverendo padre si prodigava a presentare alla competente Autorità civile una regolare istanza per ottenere la proclamazione ufficiale di San Ciro a Patrono principale della Real Villa di Portici.

Otteneva che il sovrano Ferdinando IV i Borbone acconsentisse che la Real Camera di Santa Chiara curasse di ottenere dalla Santa Sede la proclamazione di S. Ciro, «alessandrino di nascita e medico di arte, coronato col martirio per la fede di Cristo», a Patrono Principale della Real Villa di Portici, «ob innumera in cives collata beneficia».

Così, il 1° Luglio 1776, la Real Camera di Santa Chiara inoltrava alla Sacra Congregazione dei Riti la richiesta dell’approvazione dell’elezione di San Ciro a patrono del casale di Portici.

Arrivata la petizione a piè del Vicario di Cristo, il successivo 15 luglio, con propria bolla, il pontefice massimo della Chiesa Cattolica, papa Pio VI formulava quello che Dio aveva già decretato nel cielo, la gloria del patronato di S. Ciro in Portici, ove da mane a sera ripetevasi: vere salvator es tu.

Ottenute le superiori approvazioni di averlo Patrono principale e tutelare dell’università di Portici, il desiderio del serafico parroco era esaudito, ma egli dal cielo contemplava più gioiosamente la gloria di S. Ciro Patrono della sua Portici: era morto il 6 agosto 1774.

a ricordo del fervido culto a San Ciro, della richiesta e della concessione del patronato, venivano stese due brevi iscrizioni; queste, rispettivamente ricordano:

  • l’una l’introduzione a Portici della venerazione del Santo medico, eremita e martire;
  • l’altra il parroco che aveva mantenuto viva la devozione al Santo.

Incise su due piccoli marmi bianchi, murati a alto dell’altare, si leggeva.

Su quello, dal lato dell’Evangelo:

  1. FRANCESCO DE GERONIMO S.I. / PROPAGATORE DELLA DEVOZIONE

DI S. CIRO IN PORTICI. SECOLO XVIII

Su quello, dalla parte dell’Epistola:

PARROCO GIUSEPPE MOSCATELLI / PROMOTORE DEL PATRONATO

DI S. CIRO IN PORTICI. ANNO 1776

Nell’anno successivo alla solenne proclamazione, per tramandare ai posteri il ricordo del patronato di San Ciro sull’università della Real Villa di Portici, è stata fatta incidere una memoria.

La lapide è stata fatta murare nel vano della porta d’accesso alla sagrestia della chiesa della Natività della Beata Vergine Maria e San Ciro.

Sul marmo bianco, si legge un’iscrizione latina, che tradotta in italiano recita:

«A Dio Ottimo Massimo / Regnando Ferdinando IV / La Real Camera di Santa Chiara / il 1° luglio 1776 / curò di ottenere / il Decreto della Sacra Congregazione dei Riti / Emesso il 15 luglio dello stesso anno / da Pio VI Pontefice Massimo / Col quale essa volle confermata ed approvata / l’elezione a principal patrono / di questa real Villa di Portici / della Diocesi di Napoli / di S. Ciro / Alessandrino di nascita e medico di arte / Assai famoso per la santità della vita / Regnando Diocleziano e Massimiliano impp. / Coronato col martirio per la fede di Cristo in Canopo / il 31 gennaio / Volgendo a termine il terzo secolo / Voluta dal clero e dal popolo solennemente e legalmente / E secondo quanto è prescritto nel decreto di S. M. / P. Urbano VIII / del 22 marzo 1630 / Per l’efficacissima protezione / Anche per la sopravvenuta approvazione / Dell’ecc.mo e Rev.mo Sig. Serafino Filangieri / Arcivescovo di Napoli / E decretò che il giorno della morte di questo / santo martire / Fosse ritenuto come festa principale / Così degli atti che l’illustre Regio Notaio / Signor Andrea Fiorillo Ercolan. / Conserverà in buone condizioni / Affinché non andassero smarriti per la trascuratezza / degli uomini / O si dimenticassero per l’ingiuria del tempo / Gli Economi / posero questa lapide / Nell’anno 1777 dalla nascita del Salvatore».

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *