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Diari dell’Antiquario – Le anime dell’Ottocento Napoletano di Mario Scippa | 21

Il nostro antiquario racconta l’evoluzione del mobile nell’Ottocento Napoletano, dal Neoclassicismo di Murat al gusto Biedermeier, tra storia, artigianato e trasformazioni della società

di Mario Scippa

Ero bambino quando mio padre mi portò per la prima volta al Palazzo Reale di Napoli.

Ricordo il passo lento con cui attraversammo quelle stanze. Lui guardava molto, parlava poco. Io gli camminavo accanto, cercando di capire che cosa attirasse tanto la sua attenzione.

Poi entrammo nello studio del re.

Allora non sapevo chi fosse Gioacchino Murat. Non conoscevo la storia dell’Impero, le campagne napoleoniche, le dinastie che si erano succedute in quelle sale. E certamente non sapevo nulla di Neoclassicismo. Ricordo però ciò che provai.

La luce entrava trattenuta, si posava sui mobili, scivolava sui bronzi e sul legno lucidato. Ogni cosa aveva un posto preciso. Mi avvicinai alla scrivania.

Sul piano c’era un panno verde scuro, teso e immobile. Sui piedi, piccoli bronzi dorati raffiguravano aquile con le ali raccolte. Tra le modanature correvano corone d’alloro sottili, eseguite con una precisione quasi severa.

Io guardavo soprattutto quelle. Forse perché erano alla mia altezza. Le sfiorai con gli occhi una per una. Le foglie, le penne delle aquile, i profili netti del bronzo contro il legno scuro. Mio padre mi indicò un dettaglio.

«Guarda bene.»

Non aggiunse altro. Era il suo modo di insegnare.

Le poltrone avevano proporzioni solide, i cassetti della scrivania seguivano linee perfettamente ordinate, ogni elemento partecipava allo stesso linguaggio. Autorità, disciplina, misura.

Molti anni dopo avrei imparato a riconoscere quei segni. L’aquila. L’alloro. Le forme tratte dall’antico. La simmetria. La monumentalità controllata.

Avrei capito che quello era uno degli ambienti più rappresentativi del gusto imperiale a Napoli. Da bambino, però, percepivo soltanto una cosa: quel mobile era stato fatto da qualcuno. Dietro la solennità del re c’erano mani.

Mani che avevano tagliato il legno, levigato le superfici, fuso i bronzi, inciso le foglie dell’alloro, montato i cassetti fino a farli scorrere senza rumore.

Forse è proprio lì che nasce una delle curiosità che mi hanno accompagnato per tutta la vita. Davanti a un mobile importante ho sempre cercato anche l’uomo che lo aveva costruito.

Continuammo la visita.

Passavamo attraverso sale cariche di simboli, specchi, dorature, tessuti, mobili disposti con una geometria quasi cerimoniale.

Poi qualcosa cambiava.

All’epoca non avrei saputo dire cosa. Entravamo in ambienti più raccolti. Le proporzioni erano diverse, i mobili sembravano avvicinarsi alla vita quotidiana. I legni diventavano talvolta più chiari, le decorazioni meno insistenti, le superfici più tranquille. La stanza chiedeva un altro modo di stare dentro.

Soltanto anni dopo compresi che quel percorso attraversava anche il tempo.

La caduta di Napoleone. La fine del regno di Murat. Il ritorno dei Borbone. Nuovi committenti, nuove abitudini, nuove esigenze.

Il mobile seguiva tutto questo con una sensibilità straordinaria. La grande rappresentazione del potere lasciava lentamente spazio alla casa. Alla comodità. Alla conversazione. Alla vita domestica.

Con l’Ottocento avanzato entravano altri linguaggi.

 

Il gusto Biedermeier, con la sua attenzione alla funzionalità, ai legni e alla qualità delle superfici.

Lo stile Smith, più libero, curioso, capace di assorbire influenze diverse, anche inglesi.

Napoli prendeva quelle forme e le trasformava.

È una caratteristica che ho ritrovato continuamente nel mio mestiere. Qui gli stili raramente arrivano intatti. Passano attraverso le botteghe, attraverso il gusto dei committenti, attraverso le mani degli artigiani. Si mescolano. Perdono rigidità. Acquistano accenti locali. Il Neoclassicismo continuava a riaffiorare, anche quando sembrava ormai superato. In una gamba tornita. In un motivo ornamentale. In una proporzione. In una cornice. Restava sotto la superficie.

Anni dopo, entrando nelle case per stimare mobili e oggetti, ho riconosciuto molte volte quella stessa stratificazione.

Una stanza può raccontare più di una famiglia. Può raccontare il cambiamento di un’intera società.

Ripenso spesso a quel giorno al Palazzo Reale. A mio padre che camminava davanti a me. Alla sua mano che indicava un dettaglio senza spiegarmelo.

«Guarda bene.»

Forse tutto è cominciato anche da lì. Perché gli stili cambiano, i re cadono, le mode passano.

Gli oggetti restano.

E nelle loro proporzioni, nelle decorazioni, perfino nelle piccole imperfezioni lasciate da una mano, continuano a conservare le domande del tempo in cui sono nati.

Il Neoclassicismo napoletano aveva cercato un equilibrio tra antico e presente, tra ordine e vita, tra progetto e mestiere.

Poi quell’equilibrio cominciò lentamente a incrinarsi.

Entrarono nuove esigenze. Nuovi gusti. Nuove inquietudini.

E proprio da quelle prime crepe l’Ottocento napoletano avrebbe cominciato a mostrare tutte le sue anime.

 

 

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Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani,  a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.

La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano.

Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.

Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive.

Per lui la città non è solo un luogo, ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.

 

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